Insights
Open Innovation

Next - Voci dal futuro | Blockchain, quella governance in un ecosistema senza decisori. Così i nuovi modelli fanno scuola

Sesta puntata della rubrica Next - Voci dal futuro. Un viaggio nel mondo dell’innovazione. In questo nuovo post Filippo Chiricozzi, Area Innovation di Banca Sella, ci racconta in che modo si governa un ecosistema blockchain
Next - Voci dal futuro | Blockchain, quella governance in un ecosistema senza decisori. Così i nuovi modelli fanno scuola
Getty Images
Filippo Chiricozzi

Area Innovation - Banca Sella

Come abbiamo avuto modo di vedere in uno degli episodi precedenti, la blockchain è figlia della tecnologia DLT, ovvero Distributed Ledger Technology. A sua volta, possiamo considerare questo tipo di tecnologie come parte integrante della più ampia teoria delle reti, in cui ogni rete (proprio come nelle società odierne) ha un proprio modello di gestione e amministrazione. La chiave per comprendere una rete è capire quindi chi la gestisce, chi decide le regole e quali operazioni sono permesse ai partecipanti, garantendo di prendere parte al processo evolutivo della stessa nel tempo.

Per poter comprendere la distribuzione del potere decisionale ed il potenziale impatto generato dai singoli, è fondamentale comprendere il grado di decentralizzazione di una rete, quanto sia distribuito il potere decisionale. Lo stesso dipende dal numero di nodi che hanno voce in capitolo nella definizione delle regole. Quanti amministratori ci sono e chi decide le regole e le operazioni permesse? Chi decide chi far entrare e quali permessi e diritti può esercitare sulla rete e le sue regole? Queste sono le domande da porsi quando si analizza una rete.

Nell’ecosistema web3 e blockchain, le reti possono essere di tre tipi principalmente:

  • Aperte e senza permessi, dove ogni individuo può partecipare ed interagire con la rete senza la necessità di autorizzazioni preliminari;
  • Aperte e con permessi: accessibile al pubblico, ma alcune azioni richiedono permessi ed autorizzazioni;
  • Chiuse e con permessi: gli accessi sono limitati solo a determinati individui ed entità autorizzate.

Il Bitcoin è un esempio di rete aperta e senza permessi, stesso dicasi per la prima versione di Ethereum, dove le regole del software e la governance sono sempre soggette a votazione da parti dei nodi della rete in ogni suo passaggio.

Una rete aperta, dunque, permette a tutti i partecipanti di contribuire attivamente nel processo decisionale e supportare evoluzioni e nuovi aggiornamenti ma, di contro, riduce la sicurezza per la stessa rete. Un sistema decentralizzato dunque garantisce una maggiore sicurezza ma, soprattutto, permette ai nodi partecipanti di decidere le sorti della catena stessa in base al grado di coinvolgimento. La decisione finale è raggiunta tramite un accordo noto come consenso distribuito.

Immaginiamo che, ad un certo punto, la maggioranza dei nodi non sia più soddisfatta delle performance e decida di andare contro la rete stessa, compromettendo quanto costruito finora. Pur essendo un caso raro e molto lontano nel tempo (se parliamo di Bitcoin, è praticamente impossibile poiché la potenza computazionale necessaria sarebbe elevatissima e pari a un valore irraggiungibile), una completa decentralizzazione può portare a problemi di scalabilità, come abbiamo mostrato nell’articolo dedicato al trilemma della blockchain.

Per questo motivo, le reti tendono a incrementare la centralizzazione così da garantire maggiore sicurezza alla stessa rete e creare nuove funzionalità, migliorando quindi le opportunità offerte verso l’utente finale. In retrospettiva, un caso noto di migrazione da ecosistema puramente decentralizzato e peer to peer (P2P) a sistema centralizzato è il caso di Skype. Skype nasce come piattaforma decentralizzata e P2P ma, successivamente all’acquisizione da parte di Microsoft, viene migrata su sistemi più centralizzati e controllati, così da aumentare scalabilità e sicurezza della stessa.
Pur sembrando concetti estremamente complessi, il modello offerto dalle blockchain è basato su tre elementi chiave:

  • Pseudo-anonimità, dato che ognuno può nascondersi dietro un wallet e non palesarsi completamente;
  • Distribuzione del registro, così da non lasciare tutte le informazioni registrate in capo al singolo;
  • Incentivo economico, poiché ogni partecipante al processo di registrazione del consenso riceve una "retribuzione" in bitcoin per tenere attiva la blockchain.

Importante dunque comprendere come, in un sistema distribuito, il processo di governance volto a prendere decisioni possa essere comunque garantito e costruito con un modello democratico, giusto e distribuito. Nonostante ciò, non tutte le blockchain sono fondate su un sistema identico, motivo per cui è necessario conoscere queste basi per poter poi comprendere al meglio la blockchain, capendo il modello di consenso e le motivazioni alla base della scelta.

Share and participate to the discussion