Midterm 2026, nel tempo imprevedibile Trump alla prova delle urne
Questa è la nuova puntata della nuova rubrica Insights - Il punto di Paolo Magri, un'analisi a firma degli analisti dell’ISPI, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale di cui Magri è presidente del comitato scientifico. Qui puoi rileggere la altre puntate. Il pezzo è co-firmato da Filippo Fasulo, Research Coordinator - Head, Asia Centre, ISPI. Buona lettura.
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Le elezioni di midterm del 2026 sembrano diverse dal solito e assumono un significato più ampio del tradizionale banco di prova per il presidente in carica. La convention repubblicana tenutasi il 9 e 10 settembre a Dallas ne è l’esempio più lampante: Trump ha sfruttato l’appuntamento per operare una forte personalizzazione del risultato elettorale, arrivando addirittura a promettere 5 mila dollari in caso di vittoria repubblicana in entrambe le Camere. La posta in gioco va, infatti, oltre il risultato elettorale. La perdita di una o di entrambe le Camere ridurrebbe i margini di manovra dell'amministrazione, aprendo al contempo una fase di confronto interno al Partito repubblicano sul futuro del movimento MAGA. Le conseguenze potrebbero estendersi anche alla politica estera, senza necessariamente tradursi in una moderazione dell’approccio adottato fino ad ora.
Un Congresso in bilico
Trump arriva alle midterm con il controllo di entrambe le Camere, ma con maggioranze ridotte. Alla Camera dei Rappresentanti, il margine repubblicano è minimo (219 seggi, solo due in più di quelli necessari per avere la maggioranza); al Senato, il rapporto di forza è più favorevole, ma non al punto da rendere irrilevante il risultato delle urne. Il 3 novembre saranno rinnovati tutti i 435 seggi della Camera e 35 dei 100 seggi del Senato. A livello statale, oltre al rinnovamento di 36 dei 50 governatori, si voterà inoltre per numerose cariche esecutive e legislative, in una tornata destinata a incidere profondamente sugli equilibri politici interni alla democrazia statunitense. L'esito dipenderà da una combinazione di fattori. Il primo è naturalmente Trump, la cui popolarità e capacità di mobilitare la propria base condizioneranno il voto repubblicano. Il secondo riguarda l’impatto di dinamiche strutturali del sistema elettorale statunitense, a partire dal gerrymandering, ovvero la ridefinizione dei collegi congressuali per favorire uno dei due partiti. Tradizionalmente legata alla revisione decennale dei distretti successiva al censimento, questa pratica è tornata al centro del confronto politico anche attraverso iniziative straordinarie di ridisegno delle mappe elettorali. Il tentativo di modificare gli equilibri in vista del voto ha incontrato resistenze e contestazioni giudiziarie, confermando quanto la competizione si giochi in primis sulle regole che determinano la rappresentanza. Un terzo elemento è la geografia del voto. La maggioranza alla Camera dipenderà soprattutto dall'esito di un numero limitato di collegi contendibili, mentre al Senato saranno decisivi alcuni Stati nei quali la tradizionale prevalenza di uno dei due partiti potrebbe essere messa in discussione. Il Texas è il caso più significativo: i Democratici non vincono un'elezione senatoriale nello Stato dal 1988 e un'eventuale affermazione nel 2026 avrebbe un valore che andrebbe ben oltre la conquista di un seggio. La competizione tra James Talarico e Ken Paxton rappresenta, in questo senso, un banco di prova per misurare la capacità democratica di avanzare anche in territori a lungo considerati repubblicani. Iowa, Maine e Kansas completano una mappa elettorale nella quale la tenuta dei candidati repubblicani non può essere data per scontata.
I possibili scenari
Il voto sarà anche una pagella sui risultati conseguiti nei primi due anni della seconda presidenza Trump. La campagna del 2024 si era fondata su tre promesse principali: contrastare l'immigrazione irregolare, porre fine ai conflitti internazionali, a partire dalla guerra in Ucraina, e rilanciare l'economia riducendo il costo della vita. Sul fronte migratorio, l'amministrazione ha dato seguito alle promesse elettorali attraverso un rafforzamento dei controlli e il ruolo centrale attribuito all'Immigration and Customs Enforcement (ICE). Le modalità di attuazione, spesso estremamente violente, hanno alimentato critiche anche all'interno del campo repubblicano, riflettendosi direttamente sulla percezione del risultato. Sul piano internazionale, l'obiettivo di chiudere rapidamente i conflitti si è rivelato più complesso da raggiungere. La guerra in Ucraina resta lontana da una soluzione duratura, mentre il conflitto con l'Iran ha aggiunto un nuovo fronte di instabilità, con ricadute anche sulle prospettive economiche.
È proprio l'economia, e in particolare il costo della vita, a rappresentare uno dei principali punti deboli della presidenza. Per gli elettori, le valutazioni sull'inflazione e sul potere d'acquisto possono pesare più delle iniziative di politica estera o delle battaglie identitarie, soprattutto se ad aumentare è il prezzo del carburante, un elemento storicamente sensibile per l’elettorato statunitense.
Da questo quadro emergono due scenari possibili. Il primo, e politicamente meno oneroso per Trump, è una vittoria democratica alla Camera accompagnata dal mantenimento del controllo repubblicano al Senato. In questo caso, l'amministrazione dovrebbe confrontarsi con un'opposizione più incisiva, ma conserverebbe margini importanti per le nomine e per altre decisioni che richiedono l'approvazione della Camera alta. Il secondo scenario, più sfavorevole, è la conquista democratica di entrambe le Camere. Una simile configurazione rafforzerebbe gli strumenti di controllo parlamentare, renderebbe più difficile approvare nuove misure legislative, in particolare in materia di tasse e legge di bilancio, e potrebbe aprire la strada a iniziative di indagine e a procedure di impeachment.
Il precedente delle presidenze di George W. Bush e Barack Obama mostra che la perdita del controllo parlamentare può condizionare significativamente la seconda parte di un mandato, richiedendo un maggiore dialogo con l’opposizione e incidendo sul tasso di ricorso al veto presidenziale. Un esempio fu, durante la seconda presidenza Bush, il negoziato con i democratici sul finanziamento della guerra in Iraq, che si era concretizzato, dopo un’aspra contesa, nel compromesso relativo all’apertura sul ritiro delle truppe. Non implica, tuttavia, una paralisi automatica dell'azione presidenziale. Ma, per Trump, una sconfitta ampia avrebbe comunque un significato politico rilevante. Metterebbe in discussione la capacità del presidente di trasformare il proprio consenso personale in una maggioranza elettorale e alimenterebbe il confronto sulla direzione futura del Partito repubblicano. Non è però scontato che il risultato favorisca le componenti più moderate. Una parte del movimento potrebbe attribuire la sconfitta a un'insufficiente attuazione del programma MAGA, anziché alla sua impostazione. La competizione per la successione politica di Trump, in vista delle presidenziali del 2028, potrebbe così accentuare le divisioni senza produrre un immediato riequilibrio interno.
Politica estera ancora più imprevedibile?
È sul piano internazionale che una sconfitta alle midterm potrebbe produrre conseguenze meno lineari. La perdita del controllo parlamentare viene spesso associata a un indebolimento del presidente, talvolta descritto con l'espressione lame duck. Nel caso di Trump, questa lettura rischia però di essere riduttiva. Una maggioranza democratica al Congresso limiterebbe la capacità dell'amministrazione di portare avanti la propria agenda legislativa, ma non impedirebbe necessariamente al presidente di ricorrere agli strumenti esecutivi e alle prerogative presidenziali che hanno fino ad ora caratterizzato la sua presidenza. Trump ha già dimostrato di privilegiare un approccio fortemente personalizzato e accentrato, facendo ampio utilizzo di ordini esecutivi (circa 290 dall’inizio del secondo mandato) e cercando di ampliare i margini d'iniziativa della Casa Bianca. Questi strumenti, tuttavia, non sostituiscono la legislazione approvata dal Congresso e restano soggetti a vincoli giuridici e istituzionali. Di conseguenza, l'indebolimento interno potrebbe avere effetti ambivalenti sulla condotta internazionale. Da un lato, Trump potrebbe cercare risultati diplomatici rapidamente comunicabili all'opinione pubblica americana, nel tentativo di dimostrare che la propria agenda resta efficace nonostante il risultato elettorale. Dall'altro, potrebbe privilegiare iniziative unilaterali o decisioni più assertive, proprio per mostrare che la perdita di consenso non ha ridotto la sua capacità di agire.
Le conseguenze per l'Europa sarebbero particolarmente rilevanti sul dossier ucraino. Dopo una fase di riavvicinamento tra Trump e Volodymyr Zelensky, le divergenze sulle condizioni per porre fine alla guerra e sulle relazioni con Mosca rappresentano sempre di più un elemento di incertezza. Un presidente indebolito sul piano interno potrebbe avere un incentivo maggiore a rivendicare un accordo di cessate il fuoco, anche esercitando pressioni su Kyiv. Ma il risultato dipenderebbe soprattutto dalla disponibilità russa a negoziare e dalle condizioni che Washington sarebbe disposta ad accettare. L'indebolimento politico di Trump non garantirebbe, dunque, né un maggiore sostegno all'Ucraina né un'intesa più rapida con Mosca.
Le possibili conseguenze
Anche sul dossier iraniano, una sconfitta elettorale non implicherebbe automaticamente un'escalation. Potrebbe aumentare l'incentivo a dimostrare fermezza, ma potrebbe al tempo stesso rafforzare la convenienza di una soluzione negoziata che permetta alla Casa Bianca di rivendicare un risultato. La variabile decisiva sarebbe la combinazione tra gli obiettivi strategici dell'amministrazione, i costi economici e militari delle operazioni e la disponibilità degli attori regionali a trovare un compromesso. Per gli alleati europei, il problema centrale non sarebbe quindi soltanto l'orientamento delle scelte americane, ma la loro prevedibilità e sostenibilità nel tempo. Un Congresso più ostile potrebbe limitare alcune decisioni di Trump senza assicurare una maggiore continuità della politica estera statunitense. Al contrario, la distanza tra i vincoli interni e la libertà d'iniziativa del presidente potrebbe rendere ancora più difficile anticipare le mosse di Washington. In definitiva, l'incertezza che ha caratterizzato i primi due anni della seconda amministrazione Trump è destinata a perdurare quale che sia l’esito elettorale delle Midterm.