Dalla sovranità digitale a quella del calcolo, è il tempo dell’intelligenza artificiale di Stato
Questa è la nuova puntata della nuova rubrica Insights - Il punto di Paolo Magri, un'analisi a firma degli analisti dell’ISPI, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale di cui Magri è presidente del comitato scientifico. Qui puoi rileggere la prima puntata. Il pezzo è co-firmato da Claudia Schettini, Research Associate Fellow & Head of Digitalisation Program di ISPI. Buona lettura
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Per oltre un decennio la trasformazione digitale è stata guidata da una promessa implicita: quella di uno spazio computazionale globale, aperto, interoperabile, quasi privo di confini politici. Il cloud computing, i flussi di dati transfrontalieri e le piattaforme digitali transnazionali hanno sostenuto la crescita di un mondo apparentemente unitario, dove l’infrastruttura si espandeva più velocemente della politica. Ma l’affermarsi dell’Intelligenza Artificiale generativa ha scardinato questo equilibrio. I Large Language Models (LLM), il loro consumo energetico, il fabbisogno di chip avanzati e data center hyperscale hanno reso evidente che l’AI non è un software etereo, ma un complesso industriale vasto e concentrato.
Il nodo del controllo
Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia, il consumo elettrico dei data center è destinato a crescere da circa 485 TWh nel 2025 a 950 TWh entro il 2030, arrivando a rappresentare circa il 3% della domanda mondiale di elettricità, trainato soprattutto dall'adozione dell'AI. Allo stesso tempo, i chip più avanzati continuano a essere prodotti da un numero estremamente limitato di aziende, mentre la capacità globale di cloud computing è concentrata nelle mani di pochi hyperscaler. Nel momento in cui la capacità di calcolo diventa scarsa e costosa, chi ne controlla la distribuzione controlla anche le traiettorie dell’innovazione.
È da qui che nasce la corsa all’Intelligenza artificiale di Stato. Stati Uniti, Cina, Unione Europea e, progressivamente, anche altre potenze regionali come India, Corea del Sud ed Emirati Arabi Uniti, trattano oggi le infrastrutture digitali alla stregua di beni strategici. La sovranità tecnologica è così diventata il nuovo confine geopolitico che separa chi possiede la capacità di calcolo da chi ne dipende. Per oltre un decennio il concetto di sovranità digitale ha indicato la capacità degli Stati di mantenere il controllo sulle proprie infrastrutture digitali, sui dati, sulle reti di telecomunicazione e sulle tecnologie considerate strategiche, in modo coerente con i propri interessi normativi e di sicurezza. Nato nel dibattito europeo in risposta alla crescente dipendenza dalle piattaforme statunitensi e, successivamente, dalla competizione tecnologica con la Cina, l’assunto di sovranità digitale si è progressivamente ampliato fino a comprendere l'intera filiera dell'innovazione digitale: semiconduttori, cloud computing, cybersecurity e connettività.
In questo contesto, la capacità di calcolo diventa una risorsa strategica. Se nel secolo scorso il controllo delle risorse energetiche determinava gli equilibri geopolitici, oggi il controllo di modelli, semiconduttori, infrastrutture cloud e dati determina la capacità di sviluppare l'innovazione futura. La sovranità digitale si trasforma così in una più ampia sovranità sull'AI.
Le implicazioni nel mondo
Le implicazioni geoeconomiche e geopolitiche di questa trasformazione in atto sono profonde. La competizione internazionale si sta spostando sempre più verso l'attrazione di investimenti destinati alla costruzione di data center hyperscale, infrastrutture energetiche dedicate e capacità produttiva per semiconduttori. Negli Stati Uniti, Microsoft, Google, Amazon, Meta e OpenAI stanno investendo centinaia di miliardi di dollari nell'espansione della capacità computazionale. Analogamente, la Cina continua a rafforzare la propria autonomia tecnologica attraverso investimenti pubblici nella filiera dei semiconduttori e nello sviluppo di modelli nazionali. Le restrizioni statunitensi sull’export di semiconduttori avanzati hanno accelerato ulteriormente la strategia cinese di autosufficienza tecnologica, spingendo Pechino a investire massicciamente nella produzione domestica di chip, infrastrutture cloud e modelli linguistici nazionali. In questo contesto, la sovranità digitale non è soltanto una questione economica, ma una componente centrale della proiezione geopolitica cinese nel lungo periodo.
Dal canto suo, l'Unione europea si muove su coordinate differenti ma complementari. Non potendo contare su giganti del calcolo paragonabili a quelli statunitensi o cinesi, ha imboccato la via di una sovranità regolatoria e infrastrutturale fondata su regole comuni e capacità distribuite. Il 16 gennaio 2026 il Consiglio dell’Unione Europea ha approvato l’emendamento al regolamento EuroHPC che istituisce le AI Gigafactories (proposta avanzata durante l’AI Summit di Parigi nel Febbraio 2025), centri di calcolo avanzato destinati allo sviluppo di modelli sovrani europei. Secondo la Commissione europea, gli investimenti complessivi dell’UE e degli Stati membri nelle infrastrutture di supercalcolo e AI Factories raggiungeranno circa 10 miliardi di euro entro il 2027. L’obiettivo principale è quello di ridurre le dipendenze critiche mantenendo apertura economica. Questa scelta riflette l’intuizione che la sovranità digitale non può basarsi sull’autarchia, ma sulla diversificazione e sul controllo dei nodi chiave: chip, dati, energia, infrastrutture cloud. Il nuovo pacchetto europeo sulla sovranità tecnologica presentato a Bruxelles il 3 giugno 2026 rafforza ulteriormente questa traiettoria, affiancando agli strumenti normativi una più esplicita politica industriale orientata allo sviluppo di capacità europee nei semiconduttori, nel cloud e nell’AI.
La partita delle big tehc
In questo scenario anche il ruolo delle Big Tech cambia radicalmente. Le grandi imprese tecnologiche non sono più soltanto operatori di mercato, ma diventano veri e propri attori strategici. Possiedono le infrastrutture cloud, finanziano la costruzione dei data center, controllano l'accesso ai chip più avanzati, sviluppano i foundation models e gestiscono piattaforme utilizzate da milioni di imprese e pubbliche amministrazioni. La loro capacità di investimento supera, in alcuni casi, quella di numerosi Stati nazionali, rendendole interlocutori imprescindibili nelle politiche industriali e di sicurezza.
La competizione, quindi, non riguarda più soltanto l'innovazione tecnologica, ma la distribuzione del potere a livello mondiale. L'accesso ai modelli più avanzati, alla capacità computazionale e alle infrastrutture necessarie per svilupparli diventa uno strumento di influenza economica e geopolitica. La logica della globalizzazione tecnologica, fondata sull'interdipendenza e sulla diffusione delle innovazioni, lascia progressivamente spazio a una logica di selettività, nella quale l'accesso alle tecnologie più avanzate viene filtrato in funzione degli interessi strategici nazionali.
Geopolitica dei foundation models
L’ultimo episodio della saga Anthropic – Dipartimento di Stato rappresenta probabilmente il primo caso in cui questa nuova dimensione di sovranità tecnologica è emersa in maniera evidente. Il 9 giugno 2026 il governo statunitense ha imposto ad Anthropic la sospensione dell'accesso ai modelli Claude Fable 5 e Claude Mythos 5 per tutti i cittadini stranieri, sia all'interno sia all'esterno degli Stati Uniti, invocando motivazioni di sicurezza nazionale legate ai controlli sulle esportazioni. Anthropic è stata costretta a interrompere temporaneamente l'accesso globale ai modelli più avanzati, mentre il governo ha successivamente autorizzato il ripristino di Mythos soltanto per un numero limitato di organizzazioni statunitensi considerate affidabili.
L'episodio è significativo per almeno due ragioni. La prima è che un modello di AI è stato trattato, di fatto, come una tecnologia dual-use soggetta a restrizioni analoghe a quelle già applicate ai semiconduttori avanzati (guerra dei chip). La seconda è che il controllo non riguardava più soltanto l'hardware necessario ad addestrare l'AI, ma direttamente il modello stesso, riconosciuto come asset strategico nazionale. In altre parole, non si limita più a controllare chi può costruire l’AI, ma anche chi può utilizzarla.
Questa evoluzione riflette un cambiamento strutturale. I foundation models stanno assumendo il ruolo di infrastrutture strategiche sulle quali si costruiscono interi ecosistemi economici. Analogamente ai sistemi operativi o ai grandi cloud provider, essi costituiscono piattaforme abilitative per migliaia di applicazioni nei settori della sanità, della finanza, della difesa, della ricerca scientifica e dell'industria. Chi controlla questi modelli acquisisce non soltanto un vantaggio commerciale, ma anche la capacità di orientare standard tecnologici, ecosistemi di innovazione e dipendenze economiche. Di conseguenza, il vantaggio competitivo nell'AI deriva dalla combinazione di tre elementi fondamentali: modelli, dati e capacità di calcolo. Lo Stanford AI Index ha evidenziato che nel 2024 gli Stati Uniti hanno prodotto 40 dei principali modelli di AI considerati “notable”, contro 15 della Cina, confermando una leadership statunitense nello sviluppo dei foundation models, sebbene il divario si stia progressivamente riducendo.
Geografia del potere digitale
Il potere del XXI secolo risiederà nella capacità di addestrare, governare e scalare l’AI. Non è la fine della globalizzazione, ma la sua metamorfosi: da rete orizzontale di flussi a geografia verticale di poteri. L’AI non cancella i confini, li ricostruisce in forma algoritmica. La corsa all’IA di Stato rappresenta il momento in cui la transizione digitale diventa pienamente politica. L’AI, nata come innovazione privata, si è trasformata in architettura della sovranità. Il caso Anthropic lo dimostra: la competizione globale non si gioca più sul miglior algoritmo, ma sull’accesso al calcolo e sulla capacità di integrarlo in strategie nazionali.
Il caso Anthropic rappresenta, sotto questo profilo, un precedente destinato probabilmente a segnare una nuova fase della governance dell’AI. Per la prima volta un foundation model è stato sottoposto a limitazioni di accesso motivate esplicitamente da considerazioni di sicurezza nazionale, trasformandosi da prodotto commerciale a risorsa geopolitica. È un segnale che anticipa una possibile evoluzione futura: così come negli ultimi anni i semiconduttori sono diventati il principale terreno della competizione tecnologica, nei prossimi anni potrebbero esserlo direttamente i modelli di frontiera.
La vera domanda riguarda meno chi creerà il modello più sofisticato, quanto invece chi saprà controllare le condizioni materiali, normative ed energetiche che rendono possibile costruirlo. In un mondo che si misura in petaflop anziché in barili o chilowattora, la sovranità digitale è la nuova unità di potenza globale. E in questa nuova geografia del potere, il calcolo è la valuta strategica: misura la capacità di un Paese di produrre conoscenza, di difendere i propri dati, di proiettare influenza.