L’operatore aumentato
Dentro questa trasformazione entra naturalmente l’intelligenza artificiale. Nel gruppo Sella questa evoluzione ha già due nomi: STELLA per Banca Sella e THEO per HYPE. Debora Guaglio, a capo del Coordinamento Customer Care, li racconta partendo non dalla tecnologia, ma dall’esperienza. E anche questo declina un cambio di passo. «STELLA e THEO comprendono il linguaggio naturale del cliente, ne riconoscono le esigenze, forniscono risposte immediate e lo indirizzano verso la soluzione più adatta. Oggi operano su voce, chat e mail, gestendo autonomamente molte richieste e lasciando alle persone i casi più complessi. L'obiettivo non è sostituire la relazione umana, ma renderla più veloce, efficace e personalizzata. Per il cliente STELLA in Banca Sella e THEO in HYPE significano semplicità e immediatezza. Non è necessario conoscere processi, strutture organizzative o canali specifici: basta esprimere il proprio bisogno per ricevere supporto o essere indirizzati verso la soluzione più adatta. In questo modo la complessità resta dietro le quinte e l’esperienza diventa più semplice, veloce e coerente», afferma Guaglio. Dal punto di vista del cliente significa soprattutto una cosa: non dover conoscere l’organizzazione. Non serve sapere quale processo attivare, quale struttura cercare o quale canale utilizzare. Basta esprimere il bisogno. La complessità può restare dietro le quinte. È uno dei modi più semplici per spiegare l’intelligenza artificiale applicata alla customer experience: una tecnologia è davvero intelligente quando evita al cliente di dover imparare come funziona l’azienda. Oggi l’AI viene già utilizzata per comprendere richieste, ricercare informazioni, indirizzare verso il servizio più appropriato ed eseguire alcune attività in autonomia. La frontiera successiva consiste nell’aumentare il numero di operazioni che possono essere completate attraverso questi strumenti, trasformando progressivamente gli assistenti informativi in punti di accesso più completi ai servizi. Ma c’è anche un’altra intelligenza artificiale. È quella che il cliente non vede. Le soluzioni più recenti di AI agentica possono recuperare informazioni, fornire suggerimenti e semplificare attività operative a chi gestisce la relazione. È il modello dell’operatore aumentato: la macchina non sostituisce la persona che parla con il cliente, bensì la mette nelle condizioni di arrivare a quella conversazione conoscendo meglio ciò che è successo prima. «Il confine non è tra tecnologia e persone, ma tra semplicità e complessità del bisogno. Le richieste informative, ripetitive o facilmente standardizzabili sono il terreno nel quale l’AI può generare maggiore autonomia. Quando invece il contesto diventa articolato e richiede valutazione, approfondimento o interpretazione, la relazione umana resta fondamentale. Semplificare ciò che è semplice. Lasciare alle persone ciò che richiede esperienza, ascolto e capacità di interpretazione», dice Guaglio. L’evoluzione degli strumenti digitali e dell’Intelligenza Artificiale sta già trasformando profondamente il settore e nei prossimi anni il cambiamento sarà ancora più rilevante. Per Guaglio la vera sfida non sarà introdurre nuove tecnologie, ma utilizzarle per migliorare concretamente l’esperienza del cliente, mantenendo centrale il valore della relazione. «Perché, anche in una banca sempre più digitale, fiducia, ascolto e vicinanza continueranno a fare la differenza».
L’inafferrabile Generazione Z
C’è poi un osservatorio particolarmente interessante sul cliente che verrà. È HYPE. Nata in un contesto mobile-first, permette di osservare una generazione per la quale lo smartphone non è semplicemente uno dei canali disponibili ma è l’ambiente. «Oggi la relazione bancaria non è più legata soltanto a un luogo fisico, ma diventa un’esperienza digitale sempre disponibile, integrata nella quotidianità del cliente», racconta Valentina Cesareni, responsabile Customer Care di HYPE. Lo smartphone riduce la distanza con la banca, ma cambia anche il modo in cui si costruisce fiducia. La fiducia non deriva più esclusivamente dalla presenza fisica: può nascere anche da una sequenza di esperienze digitali semplici, coerenti, sicure ed efficaci. Per i clienti più giovani il confine fra app, assistenza e social è inoltre sempre meno percepito. La persona non pensa al touchpoint. Ora la priorità è il bisogno da soddisfare. Ed è per questo che i social diventano a loro volta una possibile porta d’ingresso alla relazione. Non sostituiscono i canali autenticati necessari per gestire operazioni sensibili, ma permettono di intercettare domande, dubbi e segnalazioni e accompagnare successivamente il cliente verso il percorso più appropriato. Cambia anche il linguaggio. In un ambiente fatto di TikTok, creator, meme e messaggistica istantanea, il “tono di voce” diventa uno strumento di relazione. La sfida è essere accessibili senza perdere autorevolezza, adattando linguaggio e stile al contesto senza rinunciare alla competenza richiesta a un operatore finanziario. Ma sarebbe sbagliato tradurre tutto questo nell’equazione giovane uguale digitale, adulto uguale umano. Le generazioni più giovani mostrano una naturale preferenza per strumenti come la chat, mentre quelle precedenti tendono a privilegiare maggiormente il telefono. Tuttavia, quando la situazione diventa complessa o delicata, ascolto, empatia e capacità di comprensione continuano ad avere un peso decisivo. E soprattutto le aspettative digitali stanno diventando trasversali. Anche chi non appartiene alla Generazione Z si aspetta ormai servizi online semplici, sicuri ed efficienti e la possibilità di passare naturalmente da un canale all’altro mantenendo la stessa qualità. In questo senso gli zoomer possono essere letti non come eccezione generazionale, quanto piuttosto come acceleratore intergenerazionale. Ciò che oggi appare tipico dei più giovani può diventare domani un’aspettativa universale. Un esempio è la crescente domanda di autonomia. I clienti più giovani vogliono poter gestire direttamente esigenze semplici senza ricorrere necessariamente all’assistenza. HYPE ha risposto anche sviluppando funzionalità self-service, come la possibilità di aggiornare autonomamente i propri recapiti dall’app. È un piccolo esempio che racconta una trasformazione molto più grande: il miglior customer care, in alcuni momenti, è quello di cui il cliente non ha bisogno. Da raggiungibili a disponibili, potremmo sintetizzare. Alla fine il percorso porta a una distinzione apparentemente sottile. Essere raggiungibili non significa necessariamente essere disponibili. Un’organizzazione può possedere un’app, un numero verde, una chat, un profilo social, una rete fisica e contemporaneamente costringere il cliente a ricominciare ogni volta da capo. Può avere mille porte e mille stanze che non comunicano. La disponibilità è qualcosa di diverso.
Significa riconoscere chi entra, sapere quando possibile e nel rispetto della privacy che cosa è successo prima e accompagnarlo verso ciò che deve succedere dopo. Di più. Significa costruire un’organizzazione nella quale informazioni, responsabilità e contesto possano viaggiare insieme alla persona. Così cambia anche il significato della parola trasparenza. Un’organizzazione trasparente non è soltanto quella che comunica bene ciò che fa. È un’organizzazione che diventa attraversabile: facile da raggiungere, capace di riconoscere chi entra e sufficientemente connessa al proprio interno da non scaricare la propria complessità sul cliente. «Chi sceglie una realtà prevalentemente digitale si aspetta perlopiù un’esperienza semplice, immediata e coerente, anche quando entra in contatto con il Customer Care. Si evidenzia una maggiore necessità da parte del cliente di trovare rapidamente le informazioni e, soprattutto, di ottenere un riscontro alla propria richiesta senza troppe complessità. Tuttavia, sarebbe riduttivo pensare che i clienti che non sono GenZ abbiano aspettative digitali inferiori: anche loro, infatti, si aspettano di poter utilizzare servizi online semplici, sicuri ed efficienti, poter passare con naturalezza da un canale all'altro, trovando sempre la stessa qualità di servizio. Per questo la ricetta rimane comunque l'integrazione tra canali digitali e relazione umana», precisa Cesareni. È la direzione verso cui si muove la customer experience nell’era conversazionale. Mille porte di ingresso, ma una sola relazione. Mille possibilità di contatto, ma la percezione di parlare sempre con la stessa organizzazione. Tecnologia quando serve velocità. Persone quando serve interpretazione. Intelligenza artificiale per ricordare, sintetizzare e connettere. Intelligenza umana per ascoltare, comprendere e costruire fiducia. Perché – come abbiamo scritto in questo longform – il punto di arrivo dell’omnicanalità potrebbe essere proprio il momento in cui smetteremo di accorgerci del canale attraverso il quale stiamo entrando in relazione. In fondo resterà soltanto la conversazione.
Verso la trust economy
Che viaggio in questo longform e nella relazione con il cliente. Siamo passati dalla disponibilità dei canali alla continuità della relazione. La prima ondata digitale ha moltiplicato le porte; quella attuale deve collegarle. L'AI aggiunge una capacità nuova come ricordare, interpretare, sintetizzare e anticipare. Ma proprio per questo sposta le persone verso le parti più sofisticate della relazione: empatia, eccezione, interpretazione, consulenza, fiducia. Gli studi sull'omnichannel mostrano inoltre che l'integrazione non produce soltanto efficienza: incide sulla customer experience e sull'engagement. C’è però un’altra parola che tiene insieme tutte queste porte ed è la più antica nel mestiere bancario: fiducia. Perché se la conversazione diventa l’interfaccia, la relazione diventa l’infrastruttura della fiducia. È la trust economy: un’economia nella quale il valore non nasce soltanto dalla qualità del prodotto o dalla convenienza del servizio, ma dalla capacità di costruire un patto credibile, riconoscibile e continuo nel tempo. E nell’epoca della multicanalità quel patto viene messo alla prova a ogni passaggio. Una promessa fatta nell’app deve sopravvivere alla chat. Una conversazione iniziata al telefono deve ritrovarsi in filiale. Un problema segnalato sui social deve poter essere accompagnato, quando necessario, dentro un ambiente sicuro. La fiducia non può cambiare quando cambia il canale. La letteratura accademica comincia a misurare esattamente questo fenomeno. Una migliore esperienza non resta confinata alla facilità d’uso, perché produce conseguenze relazionali, incidendo su soddisfazione, continuità del rapporto e advocacy. L’omnicanalità, insomma, smette di essere soltanto una questione di efficienza e diventa architettura della relazione. La trust economy vive esattamente dentro questa tensione. E la cronaca di queste settimane la rende ancora più evidente. Lo scorso 22 settembre Reuters ha raccontato l’allarme sollevato da alcune grandi banche internazionali tra cui NatWest, Bank of America, ING e Capital One davanti all’avanzata degli agenti AI capaci non soltanto di consigliare, ma progressivamente anche di accompagnare ed eseguire acquisti. Il punto degli istituti riguarda frodi, protezione dei dati, sicurezza dei pagamenti e soprattutto una domanda che diventerà sempre più importante: di chi ci fidiamo quando a compiere un’azione per nostro conto non è più una persona, ma un agente digitale? D’altronde se l’intelligenza artificiale passa dall’assistere una decisione al compiere azioni finanziarie, sostiene l’analisi, anche le regole devono cambiare. La sfida dell’agentic finance non è soltanto far funzionare le macchine ma costruire intorno a esse fiducia, comprensibilità e responsabilità. È il grande paradosso di questa stagione. Più deleghiamo alle macchine, più chiediamo fiducia alle organizzazioni. E il customer care diventa uno dei luoghi nei quali questo patto viene continuamente rinegoziato. Uno dei territori più delicati della trasformazione bancaria: il contact center può diventare uno dei maggiori campi di applicazione dell’AI, ma una cattiva automazione rischia di produrre l’effetto contrario, aumentando la frizione e intaccando la fiducia. Il problema del cliente costretto a ripetere la propria storia a interlocutori differenti non è più soltanto una seccatura operativa: diventa un rischio per la relazione. Nella trust economy non basta esserci dappertutto. Bisogna essere riconoscibili dappertutto. Quindi coerenti e affidabili dappertutto. In sintesi, mille porte e una sola promessa che deve trasformarsi in azione.