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Dall’app alla chat, dai social al telefono. E quindi dal customer care al social care. Oggi la relazione con il cliente diventa continua, coerente, dinamica, superando i confini tra fisico e digitale e ibridandosi in servizi personalizzati. Così le migliori organizzazioni imparano a seguirlo senza perdere il filo. Nel nostro nuovo longform raccontiamo ciò che succede nel mondo e nel gruppo Sella

Nel mondo iperconnesso il cliente entra in azienda da dove vuole e quando vuole: app, social, chat, telefono, piattaforme digitali, luoghi fisici. E non accetta di ricominciare ogni volta da capo. La nuova frontiera del banking è una relazione che ricorda, riconosce e accompagna il cliente mentre passa da un canale all’altro. Così la vera sfida non è moltiplicare i canali ma cucirli insieme, trasformando una sequenza di contatti in una relazione continua. Sembra un paradosso ma nell’era dell’intelligenza artificiale la tecnologia accelera, riconosce, ricorda. E spesso fa tutte queste cose assieme. Ma sono ancora le persone, soprattutto nei passaggi più complessi, a costruire fiducia giorno per giorno. Lo abbiamo scritto anche in passato e lo ripetiamo con forza: il futuro della customer experience si gioca proprio qui, ossia essere ovunque senza perdere mai il filo. Così un’organizzazione diventa trasparente e a disposizione dei clienti con una telefonata, una chat, un messaggio, una notifica. una voce vera o sintetica che risponde. E ancora Un'app aperta mentre si cammina, un social consultato in metropolitana, una richiesta iniziata la sera e ripresa la mattina. 

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Le banche migliori non copiano le piattaforme tech: uniscono innovazione della customer experience e fiducia costruita nel tempo, ricomponendo l'intero percorso del cliente attorno a un unico obiettivo.

Il cliente non ragiona per canali: entra dalla porta più comoda e si aspetta di essere riconosciuto, senza dover ricominciare ogni volta da capo.

L'intelligenza artificiale riconosce, recupera e sintetizza le informazioni. Ma nei momenti complessi — interpretare, consigliare, decidere — resta centrale la persona.

Chi contatta l'azienda non pensa a quale funzione si sta rivolgendo: pensa di aver parlato con l'azienda intera. Da qui la necessità di condividere informazioni tra i reparti.

App, chat, telefono, video, filiale: canali differenti per accedere alla stessa realtà. La sfida non è aprirne di nuovi, ma collegare sempre meglio quelli che esistono.

Pensateci bene: entriamo e usciamo dalle aziende decine di volte al giorno. Spesso senza neppure accorgercene. Benvenuti in quella che l’Harvard Business Review in modo visionario già dieci anni fa aveva definito “la nuova era conversazionale”. Ma c’è una discontinuità rispetto al passato nel quale si profetizzava il futuro: oggi è vero che si parla tantissimo con le organizzazioni, ma tutto questo avviene soprattutto in logica moltiplicativa rispetto ai canali. Insomma, abbiamo smesso di chiederci da quale porta di ingresso entriamo per avviare questo dialogo. E soprattutto pretendiamo che, cambiando porta, dall’altra parte qualcuno si ricordi di noi. Ecco, è questo il vero cambio di passo. D’altronde per una lunga stagione la trasformazione digitale ha coinciso con una corsa ad aggiungere canali. Prima il sito, poi l’home banking, quindi l’app e ancora chat, social e assistenti virtuali. Ogni innovazione apriva una nuova porta. Il risultato è che oggi di porte ne abbiamo moltissime. Ma proprio quando queste porte sono diventate infinite, abbiamo cominciato a desiderare che scomparissero. Di più, a farle scomparire attraversandole in logica frictionless, ossia senza attrito. Perché oggi al cliente interessa sempre meno sapere dove sta parlando con un’azienda quanto piuttosto che l’azienda sappia dove era rimasta con lui. Ecco l’evoluzione: dalla multicanalità alla continuità, dal contatto alla conversazione, dalla frase di circostanza “come posso aiutarti?” al più ambizioso pensiero “so chi sei, conosco quello che è successo e possiamo ripartire da qui”. È una trasformazione che l’intelligenza artificiale sta accelerando e che gli accademici hanno messo a fuoco nelle riflessioni sulle nuove interfacce conversazionali. Il salto non riguarda soltanto chatbot più sofisticati o risposte prodotte più rapidamente ma il passaggio da sistemi costruiti prevalentemente per fornire risposte a strumenti capaci di sostenere, contestualizzare e accompagnare una conversazione. Una differenza apparentemente semantica che in realtà ridisegna la customer experience: la tecnologia non presidia più soltanto un punto di contatto, ma può diventare il filo che unisce punti di contatto diversi. Ecco perché la parola chiave non è più canale (o canali) ma diventa memoria. Ricordare ciò che è accaduto. Di più, riconoscere il contesto. Non costringere una persona a raccontare la propria storia ogni volta che passa dall’app al telefono, dalla chat alla filiale, dal social a un consulente. In fondo la promessa della nuova customer experience potrebbe essere racchiusa in cinque parole: so dove eravamo rimasti. E mentre la tecnologia rende possibile questa continuità, il mercato comincia a misurarne anche la percezione. Intanto un’indicazione arriva dall’ultima edizione di Italy’s Best Customer Service 2026/2027, la rilevazione realizzata da Statista per L’Economia del Corriere della Sera sul servizio al cliente in Italia. Nella fotografia dei diversi comparti Banca Sella compare tra le prime tre realtà della categoria Banche e registra il primo posto sull’indicatore relativo alla disponibilità del servizio. HYPE entra invece tra le prime tre della categoria Banche Online. Più che leggerla come una classifica da podio, vale la pena osservare che cosa sta misurando. Perché dietro queste rilevazioni c’è un pezzo della trasformazione in corso: il servizio non viene più giudicato soltanto per la capacità di risolvere una pratica, ma per l’esperienza complessiva che produce come accessibilità, disponibilità, qualità dell’interazione, continuità percepita. È il cliente, insomma, a misurare quanto un’organizzazione riesca davvero a essere presente quando serve. In fondo il banking è uno dei laboratori più complessi di questa nuova era conversazionale. Deve essere velocissimo e prudente. Digitale e personale. Disponibile continuamente e rigoroso quando entrano in gioco identità, denaro, sicurezza e privacy. Deve permettere al cliente di fare da solo quando vuole fare da solo e mettere una persona dall’altra parte quando fare da solo non basta. Soprattutto deve evitare un paradosso: moltiplicare i punti di contatto e frammentare la relazione. 

Il ruolo della tecnologia

Diciamolo subito. È l’elefante nella cristalleria. Ma anche un acceleratore di opportunità. La tecnologia accelera, riconosce, ricorda, sintetizza. E ancora smista, supporta, agevola risposte. L’intelligenza artificiale può recuperare in pochi secondi informazioni disseminate lungo un percorso, comprendere una richiesta, indirizzarla e preparare chi dovrà occuparsene. Ma proprio mentre le macchine diventano più capaci di gestire la parte ordinaria della relazione, alle persone resta quella straordinaria: interpretare un bisogno, affrontare un’eccezione, rassicurare, consigliare, costruire fiducia. Più tecnologia, quindi. Ma anche più relazione. Non è una contraddizione. È probabilmente il tratto distintivo dell’era conversazionale. Ecco perché se la prima rivoluzione digitale ci ha dato mille porte per entrare nelle aziende, quella che comincia adesso prova a fare qualcosa di più difficile: farci dimenticare da quale siamo entrati. 

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Esperienze intrecciate

Questo nostro longform fotografa il cambio di paradigma. Lo ha raccontato poche settimane fa anche il Financial Times, partendo dal caso della singaporiana DBS Bank, la maggiore banca del Sud-Est asiatico per patrimonio e una delle istituzioni finanziarie più solide e tecnologicamente avanzate al mondo. Fondata nel 1968 dal governo di Singapore per sostenere l'industrializzazione del Paese, oggi conta 12 milioni di clienti. Da banca che vende prodotti finanziari a organizzazione che prova a mettere assieme l’intero percorso del cliente, costruendo ecosistemi digitali intorno a momenti come l’acquisto di una casa o di un’automobile. Non più soltanto il finanziamento, quindi, ma un’esperienza nella quale servizi diversi vengono ricomposti intorno alla persona. Secondo l’analisi pubblicata dal quotidiano britannico, le aziende tradizionali che stanno reagendo meglio alla disruption non sono quelle che cercano semplicemente di imitare le piattaforme tecnologiche, ma quelle che riescono a ibridare l’innovazione della customer experience con il proprio patrimonio di competenze e fiducia. Sempre il Financial Times ha aggiunto un altro tassello. In un’inchiesta ancora più recente su come l’intelligenza artificiale venga realmente utilizzata nelle organizzazioni, racconta che nel banking l’AI è già impiegata per sintetizzare grandi quantità di informazioni e conversazioni, automatizzare attività manuali e consentire alle persone di arrivare più preparate alla relazione. Proprio mentre crescono AI e capacità di analisi dei dati, giudizio umano, capacità relazionali, empatia e adattabilità acquistino nuovo valore nel lavoro finanziario. Due facce della stessa medaglia: la relazione con il cliente sta diventando continua. La trasformazione è già visibile. E non riguarda soltanto il banking. Per decenni le aziende hanno costruito prodotti e successivamente organizzato intorno a quei prodotti reti commerciali, assistenza e comunicazione. Il cliente entrava in un percorso sostanzialmente deciso dall’organizzazione. Oggi il movimento tende a invertirsi: è il percorso della persona a diventare il centro intorno al quale servizi differenti devono essere ricomposti.

Nella testa del cliente

È il passaggio dalla multicanalità alla relazione continua. La prima grande trasformazione digitale aveva aggiunto canali. Quella che stiamo vivendo prova a cancellare le cesure tra essi. McKinsey parla di evoluzione dagli omnichannel agli integrated channels: un modello nel quale mobile, digitale e interazione umana vengono orchestrati lungo un unico customer journey. Il punto non è più trasferire il cliente da un canale all’altro, ma fare in modo che sia la relazione a seguirlo. Le banche che hanno sperimentato modelli avanzati di integrazione hanno registrato, secondo il benchmark McKinsey, risultati che includono raddoppio delle vendite digitali, aumento del cross-selling e crescita dell’attività dei clienti. Il cliente non ragiona per organigrammi e spesso neppure per touchpoint. Non esiste per lui il “cliente dell’app” distinto dal “cliente del telefono” o dal “cliente dei social”. Esiste una persona che entra dalla porta che in quel momento considera più semplice e pretende che l’azienda sappia riconoscerla, comprendere cosa è successo prima e accompagnarla verso una soluzione. La nuova promessa implicita diventa semplicissima: “So chi sei e so dove eravamo rimasti”. È il passaggio dalla multicanalità alla relazione continua. La prima grande trasformazione digitale aveva moltiplicato i punti di contatto; quella che stiamo vivendo prova invece a cancellare le cesure tra essi. La vera innovazione non consiste nell’aggiungere l’ennesimo canale, ma nel fare in modo che sia la relazione a seguire il cliente mentre attraversa i canali.

Persone e tecnologie

Ma attenzione. Più cresce la tecnologia, più diventa strategico il ruolo delle persone. L’intelligenza artificiale può riconoscere un bisogno, recuperare informazioni, riassumere una conversazione precedente, classificare una richiesta, indirizzare una pratica e suggerire all’operatore il passaggio successivo. Ma quando aumenta la complessità, quando bisogna interpretare un bisogno, consigliare, rassicurare, affrontare un’eccezione o prendere una decisione importante, torna centrale la componente umana. La tecnologia prende in carico una parte della transazione; le persone possono concentrarsi sulla relazione. Non è quindi necessariamente una storia di sostituzione, ma di ibridazione. L’AI può diventare il tessuto connettivo invisibile della relazione, mettendo le persone nelle condizioni di conoscere il contesto prima ancora di cominciare una conversazione. Il valore dell’operatore, del consulente o di chi gestisce il cliente si sposta così dalla disponibilità dell’informazione alla capacità di interpretarla. Dal “sapere cosa è successo” al “sapere cosa fare adesso”. Dentro questa trasformazione cambia anche il customer care. Per decenni abbiamo costruito strutture alle quali il cliente doveva rivolgersi quando aveva un problema. Oggi sta emergendo il social care: è l’organizzazione che deve essere pronta a incontrare la persona là dove la conversazione nasce. Una richiesta può arrivare sotto un post, attraverso un messaggio privato, da una community o da una piattaforma che originariamente non era stata progettata come servizio di assistenza. Naturalmente, quando entrano in gioco dati personali o operazioni sensibili, la relazione deve spostarsi verso ambienti autenticati e sicuri. Ma la prima porta può essere ovunque.

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H

Chat

Spesso il primo contatto, il punto da cui parte la conversazione con l'azienda.

Social

La porta più nuova: nasce dove il cliente già si trova, senza che l'assistenza sia stata pensata lì apposta.

App

Il canale dell'autonomia: qui passano ormai le operazioni quotidiane più semplici.

Smartphone

Resta il canale scelto per le situazioni più delicate, quelle che richiedono ascolto e giudizio.

Succursale

Il luogo fisico non è superato, è diventato un nodo tra gli altri di una rete più ampia.

Assistenti virtuali

Lavorano dietro le quinte: riconoscono, raccolgono, preparano il terreno per chi poi risponde davvero.

Video

Permette di ricreare a distanza il contatto diretto: schermo condiviso, consulenza in tempo reale.

2X

Le vendite digitali raddoppiano nelle banche che collegano bene i propri canali (McKinsey).

Il cliente riscrive l’azienda

Questa trasformazione produce una conseguenza organizzativa enorme. Marketing, comunicazione, customer service, operation, digitale e rete commerciale non possono più essere mondi completamente separati agli occhi del cliente. Per una ragione elementare: il cliente parla con il brand, non con il suo organigramma. Se scrive sui social non pensa di essersi rivolto alla comunicazione. Se telefona non pensa di essere entrato nel contact center. Se apre l’app non considera di essere diventato improvvisamente responsabilità del digitale. Pensa di avere contattato l’azienda. Questo significa che l’omnicanalità più difficile non è quella visibile all’esterno. È quella che deve essere costruita all’interno. La qualità della relazione dipende sempre più dalla capacità delle diverse funzioni di condividere informazioni, processi e responsabilità. Il customer care, in questo scenario, cambia persino funzione. Non è soltanto il luogo nel quale arrivano i problemi. Può diventare uno dei più potenti sistemi di ascolto dell’organizzazione. Ogni telefonata, ogni chat, ogni domanda ripetuta cento volte racconta qualcosa sul prodotto, sui processi, sulla comunicazione e persino sulle aspettative dei clienti. Il customer care diventa un sensore. Ascolta ciò che sta succedendo fuori e lo restituisce dentro. Ed è forse questo uno dei cambiamenti più profondi: il cliente non è più soltanto il destinatario finale dell’organizzazione. Con i suoi comportamenti contribuisce continuamente a ridisegnarla.

Il “centro di relazione”

È dentro questo scenario che si colloca anche il percorso del nostro gruppo Sella. Il punto interessante non è la semplice disponibilità di molti strumenti, ma la progressiva costruzione di un ecosistema nel quale autonomia digitale e relazione personale possono convivere. App, Internet banking, chat, telefono, video e presenza fisica rappresentano porte differenti attraverso le quali accedere alla stessa organizzazione. Tutto ciò consente di interagire con consulenti, personale di succursale e assistenza attraverso chat, chiamata, video e condivisione dello schermo. Ma proprio per questo la sfida consiste nel collegare sempre meglio ciò che esiste, facendo viaggiare insieme cliente, informazioni e contesto. È il passaggio da un’organizzazione semplicemente raggiungibile a un’organizzazione realmente disponibile. Così cambia anche il significato della parola trasparenza. Le organizzazioni di successo stanno andando in questa direzione: mille porte d’ingresso, ma una sola direzione. Quella della relazione continua col cliente. Mille possibilità di contatto, ma la percezione di parlare sempre con la stessa azienda. Perché il punto di arrivo dell’omnicanalità potrebbe essere proprio il momento in cui smetteremo di accorgerci del canale attraverso il quale stiamo entrando in relazione. Lo sostengono anche le persone che ogni giorno lavorano sulla relazione. Ciro Annunziata e Antonella Dorigo, vice-responsabili Customer Care del gruppo Sella, descrivono un modello di assistenza multicanale nel quale voce, mail e chat sono integrate e nel quale la crescente digitalizzazione non ha cancellato il valore del contatto, ma ne ha modificato la natura. App e self-service assorbono infatti una parte crescente delle operazioni più semplici. «Così al customer care arrivano sempre più spesso esigenze che richiedono una valutazione del contesto, un confronto diretto e una maggiore capacità di orientare il cliente», affermano Annunziata e Dorigo. La tecnologia, insomma, seleziona indirettamente la complessità. Più diventa semplice risolvere autonomamente le questioni ordinarie, più le persone vengono chiamate a intervenire su ciò che ordinario non lo è più. E il capitale umano torna centrale. «L’automazione libera tempo per ciò che fa davvero la differenza: la relazione. Oggi non parliamo più di call center, ma di un centro strategico di relazione», spiegano Annunziata e Dorigo. Accanto alle competenze tecniche crescono ascolto, empatia, capacità relazionale e problem solving. Il customer care diventa così anche uno dei principali punti di ascolto della banca, in dialogo costante con rete, strutture di business e funzioni specialistiche. I feedback raccolti ogni giorno non restano confinati dentro l’assistenza: possono trasformarsi in indicazioni utili per migliorare servizi e processi. È un altro passaggio importante. Non si tratta più soltanto di risolvere il problema del cliente, ma di imparare dal problema del cliente. Così esistono ancora diversi momenti della customer journey nei quali l'intervento umano rimane decisivo. «Il cliente si aspetta di essere riconosciuto e di non dover ripartire ogni volta da zero. È un obiettivo che perseguiamo attraverso una crescente integrazione di canali, informazioni e processi. La tecnologia è fondamentale per semplificare molte attività, ma ci sono momenti in cui il cliente cerca qualcosa di più di una risposta. Pensiamo, ad esempio, alle situazioni più complesse e delicate: in questi casi il confronto con una persona diventa essenziale per offrire supporto, chiarezza e accompagnamento. Quando occorre comprendere il contesto e orientare il cliente nelle scelte, il contributo umano rimane un elemento decisivo dell’esperienza. I principali indicatori mostrano una crescita nell'utilizzo dei servizi digitali e delle soluzioni basate sull'Artificial Intelligence, che oggi consentono di gestire in autonomia molte richieste. Di conseguenza, alle nostre persone arrivano esigenze più complesse, nelle quali competenza ed empatia diventano elementi determinanti», concludono Annunziata e Dorigo. Così anche il vecchio concetto di call center comincia a stare stretto. La voce resta, certamente. Ma è una delle modalità possibili. Il compito del customer care diventa connettere canali, competenze e persone, trasformando ogni interazione in un’occasione per rafforzare fiducia e vicinanza.

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L’operatore aumentato

Dentro questa trasformazione entra naturalmente l’intelligenza artificiale. Nel gruppo Sella questa evoluzione ha già due nomi: STELLA per Banca Sella e THEO per HYPE. Debora Guaglio, a capo del Coordinamento Customer Care, li racconta partendo non dalla tecnologia, ma dall’esperienza. E anche questo declina un cambio di passo. «STELLA e THEO comprendono il linguaggio naturale del cliente, ne riconoscono le esigenze, forniscono risposte immediate e lo indirizzano verso la soluzione più adatta. Oggi operano su voce, chat e mail, gestendo autonomamente molte richieste e lasciando alle persone i casi più complessi. L'obiettivo non è sostituire la relazione umana, ma renderla più veloce, efficace e personalizzata. Per il cliente STELLA in Banca Sella e THEO in HYPE significano semplicità e immediatezza. Non è necessario conoscere processi, strutture organizzative o canali specifici: basta esprimere il proprio bisogno per ricevere supporto o essere indirizzati verso la soluzione più adatta. In questo modo la complessità resta dietro le quinte e l’esperienza diventa più semplice, veloce e coerente», afferma Guaglio. Dal punto di vista del cliente significa soprattutto una cosa: non dover conoscere l’organizzazione. Non serve sapere quale processo attivare, quale struttura cercare o quale canale utilizzare. Basta esprimere il bisogno. La complessità può restare dietro le quinte. È uno dei modi più semplici per spiegare l’intelligenza artificiale applicata alla customer experience: una tecnologia è davvero intelligente quando evita al cliente di dover imparare come funziona l’azienda. Oggi l’AI viene già utilizzata per comprendere richieste, ricercare informazioni, indirizzare verso il servizio più appropriato ed eseguire alcune attività in autonomia. La frontiera successiva consiste nell’aumentare il numero di operazioni che possono essere completate attraverso questi strumenti, trasformando progressivamente gli assistenti informativi in punti di accesso più completi ai servizi. Ma c’è anche un’altra intelligenza artificiale. È quella che il cliente non vede. Le soluzioni più recenti di AI agentica possono recuperare informazioni, fornire suggerimenti e semplificare attività operative a chi gestisce la relazione. È il modello dell’operatore aumentato: la macchina non sostituisce la persona che parla con il cliente, bensì la mette nelle condizioni di arrivare a quella conversazione conoscendo meglio ciò che è successo prima. «Il confine non è tra tecnologia e persone, ma tra semplicità e complessità del bisogno. Le richieste informative, ripetitive o facilmente standardizzabili sono il terreno nel quale l’AI può generare maggiore autonomia. Quando invece il contesto diventa articolato e richiede valutazione, approfondimento o interpretazione, la relazione umana resta fondamentale. Semplificare ciò che è semplice. Lasciare alle persone ciò che richiede esperienza, ascolto e capacità di interpretazione», dice Guaglio. L’evoluzione degli strumenti digitali e dell’Intelligenza Artificiale sta già trasformando profondamente il settore e nei prossimi anni il cambiamento sarà ancora più rilevante. Per Guaglio la vera sfida non sarà introdurre nuove tecnologie, ma utilizzarle per migliorare concretamente l’esperienza del cliente, mantenendo centrale il valore della relazione. «Perché, anche in una banca sempre più digitale, fiducia, ascolto e vicinanza continueranno a fare la differenza».

 

L’inafferrabile Generazione Z

C’è poi un osservatorio particolarmente interessante sul cliente che verrà. È HYPE. Nata in un contesto mobile-first, permette di osservare una generazione per la quale lo smartphone non è semplicemente uno dei canali disponibili ma è l’ambiente. «Oggi la relazione bancaria non è più legata soltanto a un luogo fisico, ma diventa un’esperienza digitale sempre disponibile, integrata nella quotidianità del cliente», racconta Valentina Cesareni, responsabile Customer Care di HYPE. Lo smartphone riduce la distanza con la banca, ma cambia anche il modo in cui si costruisce fiducia. La fiducia non deriva più esclusivamente dalla presenza fisica: può nascere anche da una sequenza di esperienze digitali semplici, coerenti, sicure ed efficaci. Per i clienti più giovani il confine fra app, assistenza e social è inoltre sempre meno percepito. La persona non pensa al touchpoint. Ora la priorità è il bisogno da soddisfare. Ed è per questo che i social diventano a loro volta una possibile porta d’ingresso alla relazione. Non sostituiscono i canali autenticati necessari per gestire operazioni sensibili, ma permettono di intercettare domande, dubbi e segnalazioni e accompagnare successivamente il cliente verso il percorso più appropriato. Cambia anche il linguaggio. In un ambiente fatto di TikTok, creator, meme e messaggistica istantanea, il “tono di voce” diventa uno strumento di relazione. La sfida è essere accessibili senza perdere autorevolezza, adattando linguaggio e stile al contesto senza rinunciare alla competenza richiesta a un operatore finanziario. Ma sarebbe sbagliato tradurre tutto questo nell’equazione giovane uguale digitale, adulto uguale umano. Le generazioni più giovani mostrano una naturale preferenza per strumenti come la chat, mentre quelle precedenti tendono a privilegiare maggiormente il telefono. Tuttavia, quando la situazione diventa complessa o delicata, ascolto, empatia e capacità di comprensione continuano ad avere un peso decisivo. E soprattutto le aspettative digitali stanno diventando trasversali. Anche chi non appartiene alla Generazione Z si aspetta ormai servizi online semplici, sicuri ed efficienti e la possibilità di passare naturalmente da un canale all’altro mantenendo la stessa qualità. In questo senso gli zoomer possono essere letti non come eccezione generazionale, quanto piuttosto come acceleratore intergenerazionale. Ciò che oggi appare tipico dei più giovani può diventare domani un’aspettativa universale. Un esempio è la crescente domanda di autonomia. I clienti più giovani vogliono poter gestire direttamente esigenze semplici senza ricorrere necessariamente all’assistenza. HYPE ha risposto anche sviluppando funzionalità self-service, come la possibilità di aggiornare autonomamente i propri recapiti dall’app. È un piccolo esempio che racconta una trasformazione molto più grande: il miglior customer care, in alcuni momenti, è quello di cui il cliente non ha bisogno. Da raggiungibili a disponibili, potremmo sintetizzare. Alla fine il percorso porta a una distinzione apparentemente sottile. Essere raggiungibili non significa necessariamente essere disponibili. Un’organizzazione può possedere un’app, un numero verde, una chat, un profilo social, una rete fisica e contemporaneamente costringere il cliente a ricominciare ogni volta da capo. Può avere mille porte e mille stanze che non comunicano. La disponibilità è qualcosa di diverso.
Significa riconoscere chi entra, sapere quando possibile e nel rispetto della privacy che cosa è successo prima e accompagnarlo verso ciò che deve succedere dopo. Di più. Significa costruire un’organizzazione nella quale informazioni, responsabilità e contesto possano viaggiare insieme alla persona. Così cambia anche il significato della parola trasparenza. Un’organizzazione trasparente non è soltanto quella che comunica bene ciò che fa. È un’organizzazione che diventa attraversabile: facile da raggiungere, capace di riconoscere chi entra e sufficientemente connessa al proprio interno da non scaricare la propria complessità sul cliente. «Chi sceglie una realtà prevalentemente digitale si aspetta perlopiù un’esperienza semplice, immediata e coerente, anche quando entra in contatto con il Customer Care. Si evidenzia una maggiore necessità da parte del cliente di trovare rapidamente le informazioni e, soprattutto, di ottenere un riscontro alla propria richiesta senza troppe complessità. Tuttavia, sarebbe riduttivo pensare che i clienti che non sono GenZ abbiano aspettative digitali inferiori: anche loro, infatti, si aspettano di poter utilizzare servizi online semplici, sicuri ed efficienti, poter passare con naturalezza da un canale all'altro, trovando sempre la stessa qualità di servizio. Per questo la ricetta rimane comunque l'integrazione tra canali digitali e relazione umana», precisa Cesareni. È la direzione verso cui si muove la customer experience nell’era conversazionale. Mille porte di ingresso, ma una sola relazione. Mille possibilità di contatto, ma la percezione di parlare sempre con la stessa organizzazione. Tecnologia quando serve velocità. Persone quando serve interpretazione. Intelligenza artificiale per ricordare, sintetizzare e connettere. Intelligenza umana per ascoltare, comprendere e costruire fiducia. Perché – come abbiamo scritto in questo longform – il punto di arrivo dell’omnicanalità potrebbe essere proprio il momento in cui smetteremo di accorgerci del canale attraverso il quale stiamo entrando in relazione. In fondo resterà soltanto la conversazione. 

 

Verso la trust economy

Che viaggio in questo longform e nella relazione con il cliente. Siamo passati dalla disponibilità dei canali alla continuità della relazione. La prima ondata digitale ha moltiplicato le porte; quella attuale deve collegarle. L'AI aggiunge una capacità nuova come ricordare, interpretare, sintetizzare e anticipare. Ma proprio per questo sposta le persone verso le parti più sofisticate della relazione: empatia, eccezione, interpretazione, consulenza, fiducia. Gli studi sull'omnichannel mostrano inoltre che l'integrazione non produce soltanto efficienza: incide sulla customer experience e sull'engagement. C’è però un’altra parola che tiene insieme tutte queste porte ed è la più antica nel mestiere bancario: fiducia. Perché se la conversazione diventa l’interfaccia, la relazione diventa l’infrastruttura della fiducia. È la trust economy: un’economia nella quale il valore non nasce soltanto dalla qualità del prodotto o dalla convenienza del servizio, ma dalla capacità di costruire un patto credibile, riconoscibile e continuo nel tempo. E nell’epoca della multicanalità quel patto viene messo alla prova a ogni passaggio. Una promessa fatta nell’app deve sopravvivere alla chat. Una conversazione iniziata al telefono deve ritrovarsi in filiale. Un problema segnalato sui social deve poter essere accompagnato, quando necessario, dentro un ambiente sicuro. La fiducia non può cambiare quando cambia il canale. La letteratura accademica comincia a misurare esattamente questo fenomeno. Una migliore esperienza non resta confinata alla facilità d’uso, perché produce conseguenze relazionali, incidendo su soddisfazione, continuità del rapporto e advocacy. L’omnicanalità, insomma, smette di essere soltanto una questione di efficienza e diventa architettura della relazione. La trust economy vive esattamente dentro questa tensione. E la cronaca di queste settimane la rende ancora più evidente. Lo scorso 22 settembre Reuters ha raccontato l’allarme sollevato da alcune grandi banche internazionali tra cui NatWest, Bank of America, ING e Capital One davanti all’avanzata degli agenti AI capaci non soltanto di consigliare, ma progressivamente anche di accompagnare ed eseguire acquisti. Il punto degli istituti riguarda frodi, protezione dei dati, sicurezza dei pagamenti e soprattutto una domanda che diventerà sempre più importante: di chi ci fidiamo quando a compiere un’azione per nostro conto non è più una persona, ma un agente digitale? D’altronde se l’intelligenza artificiale passa dall’assistere una decisione al compiere azioni finanziarie, sostiene l’analisi, anche le regole devono cambiare. La sfida dell’agentic finance non è soltanto far funzionare le macchine ma costruire intorno a esse fiducia, comprensibilità e responsabilità. È il grande paradosso di questa stagione. Più deleghiamo alle macchine, più chiediamo fiducia alle organizzazioni. E il customer care diventa uno dei luoghi nei quali questo patto viene continuamente rinegoziato. Uno dei territori più delicati della trasformazione bancaria: il contact center può diventare uno dei maggiori campi di applicazione dell’AI, ma una cattiva automazione rischia di produrre l’effetto contrario, aumentando la frizione e intaccando la fiducia. Il problema del cliente costretto a ripetere la propria storia a interlocutori differenti non è più soltanto una seccatura operativa: diventa un rischio per la relazione. Nella trust economy non basta esserci dappertutto. Bisogna essere riconoscibili dappertutto. Quindi coerenti e affidabili dappertutto. In sintesi, mille porte e una sola promessa che deve trasformarsi in azione.