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Valute digitali, il denaro cambia forma mentre l’Europa cerca il suo spazio in nuova finanza globale

Il quadro normativo europeo è tra i più avanzati al mondo, ma il mercato delle stablecoin resta dominato da operatori internazionali. Intanto imprese e utenti adottano strumenti globali per pagamenti e servizi finanziari. Il punto comprendere come trasformare la solidità regolatoria in un ecosistema competitivo e attrattivo. Su Sella Insights il contributo in repost da LinkedIn di Enrico Susta
Valute digitali, il denaro cambia forma mentre l’Europa cerca il suo spazio in nuova finanza globale
iStock / Getty Images Plus
Enrico Susta
Enrico Susta

Nel primo articolo di questa serie abbiamo tracciato il quadro d'insieme: il denaro sta diventando codice, e questa trasformazione sta ridefinendo chi controlla le infrastrutture su cui si basa l'economia globale. Abbiamo visto che oltre 130 Paesi stanno sviluppando valute digitali, che le sole stablecoin hanno superato i 300 miliardi di capitalizzazione, e che l'Europa, con meno dell'1% del mercato denominato in euro, parte da una posizione di oggettivo svantaggio. Come si è creato questo divario? Cosa comporta, concretamente, per istituzioni, imprese e cittadini europei? L’Europa non è affatto ferma, ma le iniziative in corso saranno sufficienti a colmare il gap in una finestra temporale utile? Sono le domande a cui questo articolo cerca di rispondere.

La fotografia attuale
Partiamo dai numeri. A inizio 2026 il mercato globale delle stablecoin ha superato i 310 miliardi di dollari. Le due principali, USDT e USDC, sono entrambe denominate in dollari ed emesse da operatori extraeuropei. Da sole rappresentano oltre l'80% del mercato. Le stablecoin in euro? Circa 680 milioni di dollari. È lo 0,2% del totale. Per usare un'immagine: se il mercato globale fosse una torta, la fetta europea sarebbe invisibile a occhio nudo. Questo significa che oggi un'impresa o un cittadino europeo che voglia operare nel mondo delle valute digitali deve quasi sempre passare per strumenti denominati in dollari, gestiti da operatori non europei, secondo regole definite altrove. Non è un'ipotesi teorica: è la realtà quotidiana di chi utilizza questi strumenti per pagamenti internazionali, trading di asset digitali o accesso a servizi finanziari decentralizzati.

Perché questo divario
Il ritardo europeo non è frutto del caso, ma di tre dinamiche che si sono intrecciate negli ultimi anni. Primo: una questione di tempistiche normative. Le stablecoin in dollari hanno avuto una fase di rapida espansione in un contesto regolamentare frammentato o assente. Quando Circle ha lanciato USDC nel 2018 e Tether ha consolidato USDT negli anni precedenti, operavano in un vuoto normativo che ha permesso crescita veloce ma anche rischi significativi. L'Europa ha scelto un approccio più prudente: costruire prima un quadro regolamentare solido, poi favorire lo sviluppo del mercato. Una scelta comprensibile, ma che ha comportato ritardo rispetto a chi si è mosso in assenza di vincoli. Secondo: la geografia dell'innovazione crypto. L'industria delle criptovalute si è sviluppata prevalentemente negli Stati Uniti e in Asia, dove si concentrano le principali piattaforme di exchange, i progetti blockchain più utilizzati e gli investimenti in capitale di rischio. L'ecosistema europeo, pur presente, è stato meno centrale in questa prima fase. Terzo: la cautela del settore finanziario tradizionale. Le banche europee hanno adottato un atteggiamento attendista verso la blockchain e le valute digitali. Mentre operatori non bancari costruivano rapidamente infrastrutture cripto-native, il sistema finanziario europeo ha preferito osservare e attendere regole chiare prima di muoversi. Nessuna di queste ragioni è di per sé irragionevole. Ma il risultato è che, mentre altrove si correva, l'Europa costruiva le fondamenta. Ora che le fondamenta ci sono – il regolamento MiCA rappresenta il quadro normativo più avanzato al mondo per le cripto-attività – resta da vedere se e come il terreno perso può essere recuperato.

I rischi concreti del ritardo
Un osservatore scettico potrebbe obiettare: perché dovremmo preoccuparci? Il sistema dei pagamenti europeo funziona benissimo. SEPA è efficiente, le carte sono universalmente accettate, le banche offrono servizi digitali avanzati. Perché il fatto che le stablecoin siano prevalentemente in dollari dovrebbe essere un problema? La risposta sta nel fatto che le valute digitali non sostituiscono i sistemi esistenti: li affiancano, e in alcuni ambiti li superano per velocità, costo e accessibilità. Soprattutto, sono la base su cui si sta costruendo una nuova generazione di servizi finanziari. Lasciare che questa infrastruttura emergente sia interamente controllata da operatori extraeuropei comporta rischi strutturali che meritano attenzione.

Il rischio infrastrutturale
Ogni sistema di pagamento, digitale o tradizionale, poggia su un'infrastruttura: server, software, protocolli di comunicazione, sistemi di sicurezza. Chi controlla questa infrastruttura ha un potere significativo. Può decidere le regole d'accesso. Può modificare i costi. Può, in situazioni estreme, sospendere il servizio. Se le principali valute digitali utilizzate in Europa fossero gestite da operatori extraeuropei, l'Europa si troverebbe in una posizione di dipendenza strutturale per funzioni sempre più centrali dell'economia. Non è uno scenario ipotetico: in altri settori tecnologici abbiamo già sperimentato cosa significa affidarsi a infrastrutture critiche controllate da soggetti esterni. Pensiamo al cloud computing, dove pochi grandi operatori extraeuropei dominano il mercato. O ai sistemi operativi mobili, dove due aziende controllano praticamente tutti gli smartphone del continente. O ai social network, dove le regole di ciò che si può dire o non dire sono spesso decise fuori dall'Europa.
Con le infrastrutture di pagamento, la posta in gioco è ancora più alta. Non si tratta solo di dati o contenuti: si tratta del sistema circolatorio dell'economia. Di come le imprese pagano i fornitori, di come i lavoratori ricevono lo stipendio, di come i cittadini fanno la spesa. È sufficiente che le priorità e gli interessi di chi gestisce queste infrastrutture non coincidano sempre con quelli europei.

Il rischio informativo
Chi gestisce un'infrastruttura di pagamento ha accesso a una mole enorme di informazioni: chi paga chi, quanto, quando, per cosa. Sono dati di valore immenso, che raccontano le abitudini di consumo, le relazioni commerciali, i flussi economici di un intero sistema. L'Europa ha costruito, con il GDPR, uno dei sistemi più avanzati al mondo per la protezione dei dati personali. Il GDPR si applica al trattamento di dati di cittadini europei ovunque esso avvenga. La questione è l'enforcement pratico di queste norme quando i dati transitano su infrastrutture extraterritoriali complesse e quando i soggetti che li controllano operano secondo logiche e interessi definiti altrove. In un mondo dove i dati sono potere, avere il controllo sui dati delle proprie transazioni finanziarie è un elemento di autonomia strategica. Chi vede i flussi finanziari di un sistema economico ne comprende le dinamiche, le vulnerabilità, le opportunità. È informazione che ha valore geopolitico, oltre che commerciale.

Il rischio competitivo
Le valute digitali non sono solo un nuovo modo di pagare. Sono la base su cui si stanno costruendo nuovi servizi finanziari: prestiti automatizzati, mercati di asset tokenizzati, sistemi di regolamento istantaneo, contratti che si eseguono da soli al verificarsi di determinate condizioni. Se questa nuova generazione di servizi si sviluppa prevalentemente su infrastrutture non europee, il sistema bancario del continente rischia di trovarsi in posizione periferica. Le banche europee potrebbero perdere quote di mercato nei servizi più innovativi. Le fintech europee faticherebbero a competere con piattaforme che hanno accesso a infrastrutture più mature e basi utenti più ampie. Nel tempo, questo potrebbe tradursi in una fuga di talenti, capitali e attività innovative verso ecosistemi più dinamici. L'Europa rischierebbe di diventare un mercato da servire, piuttosto che un centro di innovazione finanziaria.

Il rischio per i cittadini
Quando utilizziamo uno strumento di pagamento, diamo per scontate una serie di tutele: i nostri fondi sono al sicuro, i nostri dati sono protetti, se qualcosa va storto sappiamo a chi rivolgerci. Queste tutele sono il risultato di norme, vigilanza e sistemi di garanzia costruiti nel tempo. Se i cittadini europei utilizzassero prevalentemente strumenti digitali gestiti da soggetti extraeuropei, queste tutele diventerebbero meno certe. A quale autorità rivolgersi in caso di problemi? Quali norme si applicano? Il sistema tradizionale offre protezioni solide: depositi garantiti, meccanismi di risoluzione delle controversie, autorità accessibili. Replicare queste tutele in un contesto digitale transnazionale richiede operatori e infrastrutture sottoposte a giurisdizione europea.

Il fattore tempo
C'è un elemento che rende questi rischi particolarmente urgenti: nei mercati digitali, il tempo non è neutro. L'effetto rete, ovvero il fenomeno per cui una piattaforma diventa più utile man mano che più persone la utilizzano, tende a creare posizioni dominanti difficili da scalzare. Lo abbiamo visto con i motori di ricerca, i social network, i marketplace. Una volta raggiunta una massa critica, un operatore diventa lo standard di fatto.
I sistemi di pagamento digitali si diffondono spesso in modo rapido e imprevedibile, con dinamiche simili ai social network: un'app diventa popolare, il passaparola fa il resto. Per molti utenti, specialmente i più giovani, la comodità immediata conta più delle considerazioni strategiche di lungo periodo. È comprensibile, ma crea un rischio: fenomeni di adozione di massa possono consolidarsi prima che se ne comprendano le implicazioni. Quando milioni di persone utilizzano quotidianamente uno strumento, invertire la rotta è assai complesso. Il costo del ritardo cresce nel tempo, e la finestra di opportunità per le iniziative europee non resterà aperta indefinitamente.

L'Europa si sta muovendo
Sarebbe scorretto concludere senza sottolineare che l'Europa ha riconosciuto questi rischi e sta agendo su più fronti. Il regolamento MiCA, entrato in vigore nel 2024, ha creato il primo quadro normativo completo al mondo per le cripto-attività – e i primi effetti si vedono già: il mercato delle stablecoin in euro è più che raddoppiato nell'anno successivo. Non è ancora abbastanza per colmare il divario, ma è un segnale che un contesto regolamentare chiaro favorisce lo sviluppo del mercato. Sul fronte pubblico la Banca Centrale Europea sta portando avanti il progetto dell'euro digitale, una valuta digitale di banca centrale che potrebbe rappresentare un pilastro dell'infrastruttura di pagamento europea del futuro. Sul fronte privato, un consorzio di grandi banche europee sta sviluppando una propria stablecoin destinata ai mercati istituzionali. Sono iniziative concrete, di cui parleremo nel dettaglio nei prossimi articoli. La domanda è se queste iniziative arriveranno in tempo, con la scala e l'ambizione necessarie, per colmare un divario che nel frattempo continua ad ampliarsi.

In sintesi
Il ritardo europeo nel mercato delle valute digitali è reale e misurabile. Si è formato per una combinazione di cautela normativa, geografia dell'innovazione e atteggiamento attendista del settore finanziario tradizionale; tutte ragioni comprensibili, ma che hanno avuto un costo.
Questo ritardo comporta rischi concreti: esposizione a infrastrutture esterne per funzioni economiche sempre più centrali, minore controllo sui dati finanziari, potenziale marginalizzazione nella prossima generazione di servizi, tutele meno certe per i cittadini. L'Europa ha gli strumenti per rispondere a questa sfida e sta iniziando a usarli. Ma la finestra di opportunità non resterà aperta per sempre. Nel prossimo articolo entreremo nel merito della principale risposta istituzionale europea: l'euro digitale. Cos'è esattamente, come funzionerà, a che punto è il progetto, e cosa significherà per cittadini e imprese.

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