Per vivere fino a cent’anni non dovremo rimandare le scelte: il paradosso della previdenza tra consapevolezza e inerzia
Il futuro non è più quello di una volta, ricordava il poeta canadese Mark Strand. Però c’è dire che è quasi prevedibile. Perché proprio il futuro si sedimenta nel tempo, spesso in silenzio. Poi però un giorno presenta il conto. Lo sa bene Humphrey Yang (foto sotto). Prima di diventare un produttore di contenuti tramite social, era consulente finanziario negli Stati Uniti. Poi decide di lasciare la professione tradizionale per raccontare la finanza in modo diverso, usando il linguaggio della generazione digitale. Nei suoi video spiega pensioni, inflazione, fondi indicizzati e pianificazione previdenziale con oggetti quotidiani, fogli di carta, grafici disegnati a mano. Una pedagogia elementare e insieme potentissima.
Yang appartiene a una nuova generazione di educatori finanziari che hanno capito una cosa semplice: le persone non hanno bisogno di più tecnicismi, ma di storie comprensibili. Nei suoi video più visti mostra come funziona l’interesse composto con esempi concreti: due lavoratori con lo stesso stipendio, uno che inizia a investire a venticinque anni e uno che rimanda di vent’anni. Il risultato finale è quasi sempre sorprendente. Il primo accumula un capitale molto più grande non perché guadagni di più, ma perché ha iniziato prima. È un messaggio che sintetizza perfettamente la matematica del tempo. Yang lo ripete spesso: la vera risorsa nella previdenza non è il rendimento me è il tempo. E il tempo, a differenza dei mercati finanziari, non torna indietro. Il suo canale oggi supera milioni di follower tra YouTube, TikTok e Instagram, diventando uno dei riferimenti internazionali della cosiddetta financial literacy digitale. Non è un caso che molte università americane e diversi media economici abbiano iniziato a citare creator come Yang come nuovi intermediari culturali tra finanza e società. Perché il vero problema della previdenza, prima ancora che finanziario, è linguistico: per troppo tempo è stata raccontata con un linguaggio incomprensibile.
Vietato aspettare
Yang, invece, la racconta con una frase che sintetizza tutto: “Se aspetti troppo per investire, il tempo smette di lavorare per te”. Ecco, così questo creator accende la videocamera e inizia a spiegare un tema che per decenni è rimasto confinato nei documenti tecnici o nei corridoi delle filiali: la pensione. La sua popolarità racconta qualcosa di più di un fenomeno social. Segnala una trasformazione culturale. Per decenni la previdenza è stata percepita come una questione tecnica, quasi burocratica. Oggi invece diventa un tema pubblico, condiviso, raccontato. Il motivo è semplice: nel frattempo è emerso un problema globale che economisti e istituzioni internazionali hanno iniziato a chiamare con un nome preciso. Retirement savings gap. Tradotto letteralmente significa divario nei risparmi pensionistici. In realtà descrive qualcosa di molto concreto: la distanza tra quanto le persone stanno accumulando per il proprio futuro e quanto servirà davvero per sostenere una vita sempre più lunga. Non è un caso che stiamo raccontando di Yang e quindi di ciò che avviene negli Stati Uniti. Perché Oltreoceano c’è una scena che si ripete spesso. Un lavoratore vicino ai sessant’anni che per la prima volta apre il proprio estratto conto pensionistico e scopre che il capitale accumulato non sarà sufficiente a sostenere il tenore di vita immaginato. È una dinamica documentata, analizzata, misurata. In America questa scena ha un nome preciso: statement shock. È il momento in cui il risparmiatore comprende che il montante accumulato, anche dopo decenni di contribuzione, non coprirà un’aspettativa di vita che ormai supera gli ottant’anni. La longevità, che è una conquista sanitaria e sociale straordinaria, diventa così una variabile finanziaria. Vivere più a lungo significa finanziare più anni di vita senza reddito da lavoro.
La vita a cent’anni
Il World Economic Forum nel rapporto “We’ll Live to 100 – How Can We Afford It?” – che titolo evocativo e persino poetico, nella sua drammaticità, hanno scelto i ricercatori – ha trasformato questa percezione diffusa in un numero: 70 trilioni di dollari di retirement savings gap nei principali sistemi pensionistici maturi già nel 2015. La proiezione, in assenza di riforme strutturali, sale fino a 400 trilioni di dollari entro il 2050. Non è un dettaglio statistico quanto piuttosto un’ipoteca sul futuro. Il documento analizza Paesi come Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Canada, Australia, Paesi Bassi e Cina. In tutti questi contesti la combinazione tra aumento dell’aspettativa di vita, riduzione dei tassi di natalità e trasformazione dei mercati del lavoro genera una tensione crescente tra sostenibilità pubblica e responsabilità individuale. Se si vive fino a cento anni, come suggerisce il titolo del report, il sistema previdenziale non può più essere pensato con le logiche del Novecento. La questione, dunque, non è episodica ma strutturale. L’OECD nel rapporto Pensions at a Glance approfondisce questa trasformazione con dati comparativi. L’aumento dell’età pensionabile, l’introduzione di meccanismi contributivi più stringenti, la progressiva riduzione del tasso di sostituzione rispetto all’ultimo salario sono elementi comuni in molte economie avanzate. Il primo pilastro pubblico non scompare, ma si ridimensiona. Diventa una base, non più un tetto. In molti sistemi pensionistici, il peso della componente contributiva individuale è cresciuto in modo significativo negli ultimi due decenni. Questo significa che la qualità della pensione futura dipende sempre di più dalle scelte compiute durante la vita lavorativa: continuità contributiva, livello dei versamenti, adesione a forme complementari. Il Financial Times ha raccontato più volte questa tensione tra consapevolezza e difficoltà concreta. In diversi articoli dedicati a millennial e generazione Z, il quotidiano britannico evidenzia come le nuove generazioni siano ben consapevoli che il sistema pubblico non garantirà lo stesso livello di copertura delle generazioni precedenti. Tuttavia, salari stagnanti, costo della vita crescente, debito studentesco e precarietà rendono complessa la pianificazione di lungo periodo. Il risultato è un paradosso globale: sappiamo che dovremmo risparmiare di più, ma fatichiamo a farlo. Di più, sappiamo che la longevità è un’opportunità, ma non ne finanziamo le conseguenze. Sappiamo che il primo pilastro non basterà, ma rimandiamo l’adesione al secondo o al terzo. In questo scenario la finanza comportamentale fornisce una lente interpretativa potente.
Facilitare i contesti decisionali
A metterlo nero su bianco è stato il premio Nobel Richard Thaler, che ha dedicato gran parte della sua ricerca a spiegare perché gli individui non si comportano come agenti perfettamente razionali. Nel 2017 l’Accademia reale svedese gli ha attribuito il Nobel per l’economia per i suoi contributi alla behavioral economics, riconoscendo l’impatto delle sue analisi sull’interazione tra psicologia ed economia. Nel libro “Nudge” scritto con Cass Sunstein Thaler introduce il concetto di architettura delle scelte. L’idea è semplice ma rivoluzionaria: il modo in cui le opzioni vengono presentate influenza in modo determinante le decisioni. Non siamo macchine di calcolo. Siamo esseri umani soggetti a bias cognitivi. Uno di quelli più rilevanti in ambito previdenziale è l’inerzia. Thaler ha osservato che, in assenza di iscrizione automatica ai piani pensionistici aziendali, molti lavoratori rimandano l’adesione anche quando riconoscono l’importanza di farlo. Non è una scelta attiva contro la previdenza integrativa. È una non-scelta. Ossia è procrastinazione. Nei suoi studi empirici Thaler ha documentato come l’introduzione dell’auto-enrolment – iscrizione automatica con possibilità di opt-out – aumenti in modo significativo i tassi di partecipazione ai piani pensionistici. L’essere umano tende a restare nello status quo. Infatti se lo status quo è l’adesione, la partecipazione cresce. Se lo status quo è la non adesione, l’inerzia produce esclusione. Un altro contributo rilevante è il programma “Save More Tomorrow” sviluppato da Thaler insieme a Shlomo Benartzi. L’idea è quella di collegare l’aumento dei contributi pensionistici agli incrementi salariali futuri. In questo modo il lavoratore non percepisce una riduzione del reddito disponibile corrente, ma destina automaticamente una quota degli aumenti futuri al risparmio previdenziale. I risultati sperimentali negli Stati Uniti hanno mostrato un incremento significativo dei tassi di risparmio tra i partecipanti. Thaler ha spesso sintetizzato il suo approccio con una frase efficace: “Make it easy”. Se vuoi che le persone risparmino, semplifica il processo. Riduci l’attrito. Trasforma la scelta giusta nella scelta più semplice. Questo approccio è particolarmente rilevante nel campo della previdenza, dove la complessità normativa, la tecnicalità dei prodotti e l’orizzonte temporale lungo generano un senso di distanza psicologica. Il futuro appare lontano, il presente urgente. La lezione di Thaler è chiara: non basta fornire informazioni. Bisogna costruire contesti decisionali che facilitino l’azione.
Il tempo e il divario invisibile
Torniamo al futuro, che nonostante tutto è prevedibile. Insomma, non arriva mai all’improvviso. Lo abbiamo scritto: si accumula, si sedimenta e poi un giorno presenta il conto. È qui torna il senso profondo di quel termine diventato centrale nel dibattito economico globale: retirement savings gap. Cerchiamo di spiegarlo ancora più nel dettaglio: si tratta di un’espressione usata in economia e nelle politiche previdenziali per indicare la differenza tra quanto una persona (o un Paese) ha effettivamente risparmiato per la pensione e quanto sarebbe necessario per mantenere un adeguato tenore di vita dopo il pensionamento. In altre parole il retirement savings gap è la distanza tra i soldi che abbiamo messo da parte e quelli che ci serviranno davvero per vivere quando smetteremo di lavorare. Non una formula tecnica per addetti ai lavori, ma la fotografia di uno squilibrio crescente tra ciò che mettiamo da parte oggi e ciò che ci servirà domani per vivere con dignità. Poi c’è il lavoro. O meglio, il nuovo lavoro. Il modello lineare studio-lavoro-pensione appartiene al Novecento. Oggi le carriere sono frammentate, mobili, ibride. Periodi di lavoro autonomo, part-time, transizioni tra settori, pause contributive. Il World Economic Forum collega direttamente il retirement savings gap alla trasformazione del mercato del lavoro: contributi irregolari producono montanti più bassi, quindi pensioni più deboli. Il sistema è stato pensato per carriere stabili. Il mondo reale non lo è più. Il retirement savings gap, dunque, si misura su più livelli. A livello macro è la differenza tra risorse aggregate e fabbisogno futuro stimato, calcolato attraverso modelli demografici e proiezioni economiche come quelle utilizzate dal World Economic Forum. A livello individuale è il divario tra il capitale accumulato e quello necessario per sostenere il proprio stile di vita in pensione. In questo calcolo entrano in gioco età di pensionamento, aspettativa di vita, rendimento degli investimenti, continuità contributiva.
Non tutti sono esposti allo stesso modo. L’OECD evidenzia come le donne risultino mediamente più vulnerabili a causa di carriere più discontinue, salari inferiori e maggiore longevità. Anche lavoratori autonomi e redditi bassi presentano un rischio maggiore, avendo minore capacità di accumulo e coperture collettive meno robuste. Però il punto è che il retirement savings gap non è solo un problema individuale. È un rischio sistemico. Secondo il World Economic Forum, un divario ampio può generare pressioni fiscali future, aumento della dipendenza dai trasferimenti pubblici, riduzione dei consumi nella fase anziana e ampliamento delle disuguaglianze intergenerazionali. Non è solo una questione di pensioni. È una questione di stabilità economica e coesione sociale.
Le possibili risposte? Rafforzare l’adesione automatica ai piani complementari, investire in educazione finanziaria, adeguare l’età pensionabile alla longevità, incentivare i pilastri integrativi. Ma soprattutto ridisegnare l’architettura delle scelte, come insegna Richard Thaler. Il retirement savings gap non è una formula astratta. È il racconto di una generazione che vive più a lungo, lavora in modo diverso e spesso rimanda le decisioni più importanti. È la traduzione economica di una domanda culturale molto semplice e molto scomoda: quanto siamo disposti a progettare il nostro domani invece di sperare che in qualche modo si sistemi da solo?
Più consapevoli, meno attivi
Ecco che allora comprendere come gli italiani immaginano il proprio futuro è il primo passo per creare strumenti capaci di rispondere davvero alle loro esigenze. Da qui nasce la ricerca sulla previdenza sostenibile di Sella SGR, realizzata in collaborazione con Research Dogma per promuovere una cultura della pianificazione finanziaria di lungo periodo e che abbiamo già raccontato su Sella Insights. L’indagine, condotta su un campione di 2.000 persone tra i 25 e i 65 anni, fotografa un Paese consapevole dell’importanza di investire sul futuro previdenziale – un dato importante all’88% del campione – ma ancora poco attivo: meno del 10% conosce la propria situazione contributiva, mentre il 70% vorrebbe ricevere una consulenza personalizzata per pianificare il proprio futuro finanziario e previdenziale. Nonostante la consapevolezza, quasi la metà – precisamente il 43% dei rispondenti – ammette di non aver ancora intrapreso alcuna azione concreta per affrontare il tema. Una mancanza di iniziativa che si riflette anche nella scarsa conoscenza della propria posizione previdenziale, come ha scritto il Corriere della Sera. «La previdenza va ormai considerata come un aspetto che influenza e si integra profondamente nel tessuto sociale del nostro Paese e non solo una questione economica», afferma Mario Romano, Amministratore Delegato di Sella SGR. Il punto sta proprio qui: il divario tra consapevolezza e azione evidenzia la necessità di investire non solo nella consulenza, ma anche nella diffusione della conoscenza: per colmare la distanza serve maggiore educazione finanziaria e strumenti chiari e accessibili in grado di accompagnare le persone nella pianificazione del proprio futuro. «I dati della nostra ricerca, che ci restituiscono un’Italia ancora poco informata su questi argomenti, evidenziano l’urgenza di rafforzare la consapevolezza e favorire l’accesso a strumenti di pianificazione previdenziale in grado di offrire alle persone stabilità e tranquillità nel lungo termine. La maggior parte degli italiani sa, infatti, delle complessità future legate alla previdenza, ma spesso ignora la reale portata del problema o da dove iniziare ad affrontarlo, con la conseguenza di rimandare ogni decisione. La sfida di chi come noi opera nel settore consiste nel trasformare l’incertezza in conoscenza e quest’ultima in azione concreta, aiutando così le persone a pianificare il proprio futuro con strumenti concreti e sostenibili nel tempo», dice Romano. Così i dati vanno interpretati come scarto tra intenzione e comportamento. Il 72% del campione dichiara di non sapere o sapere solo vagamente quale sarà l’importo della propria pensione pubblica. Solo il 9% ha un’idea chiara. In altre parole: la maggioranza non ha mai effettuato una verifica puntuale della propria posizione contributiva. Ancora più significativo è il 43% che ammette di non aver intrapreso alcuna azione concreta per affrontare il tema. Sappiamo che il sistema è sotto pressione, ma rinviamo la pianificazione. È il bias dell’inerzia applicato alla previdenza.
Il valore della fiducia
Il caso del TFR è emblematico. Il 49% dei lavoratori dipendenti lo mantiene in azienda. Non sempre per scelta consapevole. Il 32% lo ritiene “più sicuro” lì, il 17% non si fida dei fondi pensione, il 18% non è consapevole della possibilità di investirlo. Qui non c’è solo diffidenza. C’è un problema di linguaggio e di accessibilità. Se quasi un quinto dei lavoratori non sa di poter destinare il TFR a un fondo pensione, significa che l’architettura informativa non è ancora efficace. Tra chi teme che la pensione pubblica non sarà sufficiente, il 58% non sa come colmare il divario. È il punto esatto in cui la consapevolezza si ferma e l’azione non parte. La ricerca evidenzia anche un differenziale di genere e di istruzione. La sfiducia rispetto alla sufficienza della pensione futura è più marcata tra le donne (si arriva al 60%) e tra chi ha un basso livello di istruzione, come ha scritto anche il Sole24Ore. Tra i non occupati, la quota di chi non conosce affatto le soluzioni di previdenza integrativa raggiunge il 34%. Le evidenze sono coerenti con gli studi dell’OECD sull’alfabetizzazione finanziaria, che mostrano come le competenze economiche siano distribuite in modo diseguale, con impatti diretti sulle scelte di lungo periodo. La previdenza diventa così un tema di equità. Non riguarda solo il rendimento, ma la capacità di accesso alla conoscenza. Un ultimo dato merita attenzione: il 65% degli italiani non ha mai parlato con nessuno di previdenza, eppure l’81% considera interessanti le soluzioni integrative. Di più, il 70% sarebbe interessato a ricevere consulenza personalizzata. Il bisogno non è latente. Il 34% preferisce consulenza in presenza e il 26% video tutorial con esperti. Prima di investire, le persone vogliono comprendere. Prima di aderire, vogliono simulare. Thaler direbbe che qui serve una migliore architettura delle scelte. Sempre la ricerca Sella SGR aggiunge un elemento chiave: la fiducia. Il 61% degli italiani si dichiara fiducioso di poter realizzare i propri progetti nel medio-lungo termine. La priorità è accumulare risparmi per garantirsi stabilità economica. Non manca la volontà di costruire il futuro. Serve tradurre la volontà in azione. Perché – lo abbiamo già scritto in questo longform – il futuro non arriva all’improvviso ma è il risultato di decisioni prese oggi o rimandate ancora una volta. Spetta sempre a noi l’ardua decisione.