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Open Innovation

Open innovation, quel laboratorio aperto che abbatte i silos del passato per un’idea di impresa plurale

È il tempo delle imprese interdipendenti, sistemiche, connesse. In un contesto in cui velocità, sostenibilità e complessità ridisegnano le regole del gioco, l’innovazione cambia natura: da processo interno diventa processo condiviso. A Biella, uno dei distretti manifatturieri più identitari d’Europa, questa trasformazione prende forma concreta. L’open innovation è al centro del nuovo longform
Open innovation, quel laboratorio aperto che abbatte i silos del passato per un’idea di impresa plurale
Alcuni campioni di tessuto esposti negli spazi di MagnoLab

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, recitava un vecchio adagio. Non basta più. Oggi tra il dire e il fare c’è la visione strategica che passa da alleanze trasversali, sistemiche, interconnesse. Una certa idea di futuro necessaria nel tempo in cui l’instabilità diventa la nuova normalità. Così il domani che non ti aspetti si annida anche tra i capannoni e le competenze sedimentate del distretto tessile biellese, dove l’innovazione smette di essere dichiarazione e diventa infrastruttura. Ecco, quel domani che si fa oggi si chiama MagnoLab. Non è un semplice spazio fisico ma una piattaforma produttiva condivisa. Una rete di imprese evoluta. Un luogo dove aziende consolidate, startup innovative, centri di ricerca e filiera estesa si incontrano per fare una cosa precisa: accelerare l’innovazione rendendola collettiva. Qui l’innovazione non è più un fatto individuale, ma un processo che coinvolge tutta la filiera. Siamo a Cerrione, frazione di Biella, un luogo di passaggio certamente. Ma non nel senso debole del termine. È uno spazio di transizione dove la campagna piemontese incontra la manifattura e la storia industriale si intreccia con il paesaggio. Siamo in quella provincia biellese che corre lungo l’asse che collega il distretto tessile alle grandi direttrici del Nord. Qui i campi si alternano a capannoni produttivi e l’industria non interrompe la natura ma la accompagna. Qui c’è qualcosa di assai contemporaneo: un territorio produttivo diffuso fatto di spazi aperti, infrastrutture leggere e imprese che operano dentro una geografia meno visibile ma strategica. Qui si annida l’evoluzione dei distretti italiani che devono andare oltre i modelli vincenti del passato e oggi necessariamente più obsoleti: non più solo concentrazione storica, ma espansione territoriale dell’industria che si distribuisce, si alleggerisce, si connette. Qui la prossimità non è solo fisica ma è potenziale. Qui si costruiscono relazioni, scambi, possibilità di collaborazione. È una geografia silenziosa ma densissima di competenze, metafora di un’Italia industriale che non si esaurisce nei grandi poli, ma vive nelle connessioni dei territori intermedi. Un luogo in cui la manifattura non è più solo produzione, ma infrastruttura per l’innovazione. Ed è proprio da qui, da questi spazi apparentemente laterali, che può nascere la nuova idea di ecosistema. 

Competenze, tecnologie, visioni
Biella, dicevamo. Dove il tessile è cultura industriale prima ancora che economia. MagnoLab come rete di imprese introduce un cambio di paradigma: non più aziende che innovano da sole, ma un ecosistema che innova insieme. Ed è molto più di un laboratorio. Siamo nel cuore del distretto tessile di Biella. Questa infrastruttura industriale che connette imprese storiche, startup e centri di ricerca in una logica di contaminazione continua. La manifattura dialoga con le tecnologie emergenti – dall’advanced manufacturing ai nuovi materiali – e integra soluzioni digitali lungo tutta la filiera. Un’idea che mette a sistema competenze e investimenti, costruendo un ecosistema capace di coprire l’intero ciclo produttivo, dalla fibra al capo finito. In pochi anni il progetto si apre a nuovi partner, anche internazionali, evolvendo in una piattaforma collaborativa. L’open innovation qui non è un’etichetta, ma pratica concreta. il distretto non è più solo un luogo produttivo, ma diventa piattaforma. E l’innovazione, da verticale e chiusa, si trasforma in un processo condiviso, trasversale, moltiplicativo. In una parola, siamo tutti interconnessi. Perché oggi l’innovazione deve parlare necessariamente al plurale e non si esaurisce nell’intuizione solitaria: prende forma dall’ascolto, dalla contaminazione, dall’incontro tra competenze diverse. Qui l’innovazione diventa concreta, grazie a programmi che trasformano idee in progetti scalabili e in opportunità di crescita condivisa. Questo modello supera la retorica dell’innovazione: venticinque realtà che condividono competenze, dati e infrastrutture, tecnologie, saperi. È qui che l’approccio aperto diventa concreto. Ed è qui che la visione Sella sull’open innovation trova una sua traduzione industriale.

Pensare plurale
Ripetiamolo chiaramente: oggi le imprese non possono più permettersi di innovare da sole. Serve un approccio aperto, capace di mettere in connessione competenze diverse. È un refrain che si ripete spesso tra le mura di questo spazio dove convivono manifattura avanzata, ricerca sui materiali, sostenibilità, sperimentazione tecnologica. È uno spazio in cui si prototipa, si testa, si produce. Ma il vero elemento distintivo è organizzativo: circa venticinque realtà coinvolte stabilmente. Perché in fondo mettere assieme competenze diverse significa accelerare i processi e ridurre il rischio di errore. È qui che l’open innovation smette di essere slogan e diventa metodo. Dalla filiera chiusa all’ecosistema aperto potremmo dire. Oggi più che mai. Infatti per decenni, i distretti industriali hanno funzionato secondo una logica di prossimità. MagnoLab introduce un passaggio ulteriore: la prossimità diventa piattaforma, la filiera diventa ecosistema. Le aziende non si limitano a collaborare occasionalmente. Co-progettano, condividono dati, sviluppano insieme nuovi materiali. Nel racconto dei protagonisti emerge un concetto chiave: l’innovazione nasce quando le competenze si contaminano. Da soli si va più veloci, ma insieme si va più lontano. Questo approccio intercetta pienamente il paradigma dell’open innovation: un modello che riconosce che le conoscenze sono distribuite e che il valore nasce dalla loro integrazione. Ma sfatiamo subito un luogo comune. Aprirsi è necessario, ma non sufficiente. Bisogna creare le condizioni perché l’apertura funzioni davvero. Ecco perché servono infrastrutture che rendono possibile questa apertura. Per decenni il modello industriale dominante è stato quello della closed innovation: ricerca interna, controllo dei processi, protezione del know-how. Un paradigma coerente con un’economia stabile, verticale, prevedibile. Oggi quel modello mostra i suoi limiti. Henry Chesbrough, il padre teorico dell’open innovation, lo ha sintetizzato con chiarezza: il valore non nasce più solo all’interno dell’impresa, ma nella capacità di combinare conoscenze interne ed esterne. Un passaggio che segna la fine dell’autosufficienza industriale e l’inizio di una nuova fase, in cui la conoscenza è distribuita tra lavoratori, fornitori, università e clienti. È qui che si colloca MagnoLab.
Non come eccezione, ma come manifestazione concreta di una trasformazione più ampia. Anche perché non esiste più innovazione senza relazione. Le competenze sono diffuse, e il valore nasce dalla loro integrazione. La letteratura più recente parla apertamente di innovation ecosystems: sistemi aperti in cui attori diversi co-creano valore, condividendo risorse, competenze e rischi. Studi accademici evidenziano che questi ecosistemi non solo abilitano l’innovazione, ma svolgono tre funzioni decisive: implementano, mitigano il rischio e potenziano le capacità delle imprese. In altre parole, rendono possibile ciò che da soli sarebbe troppo costoso, troppo lento, troppo incerto. Non è un caso che il World Economic Forum sottolinei come l’open innovation consenta di ridurre i costi di ricerca, distribuire i rischi e accelerare l’ingresso sul mercato. Tre leve decisive in un contesto competitivo sempre più instabile. Aprirsi non è una scelta ideologica. È una necessità industriale. «L'innovazione aperta si è evoluta con la tokenizzazione, consentendo una collaborazione globale sicura e la condivisione della conoscenza tra i diversi settori. A differenza delle strutture aziendali centralizzate, la tokenomics promuove la trasparenza, la fiducia e un'equa distribuzione del valore, dando potere alle comunità piuttosto che alle aziende. La tokenizzazione accelera l'innovazione aperta, rimodellando il business sfruttando la tecnologia condivisa, i talenti globali e gli incentivi decentralizzati per una crescita sostenibile e basata sulla conoscenza», afferma Jhon Wu sul blog del World Economic Forum. Così la competitività oggi si costruisce attraverso hub collaborativi dove imprese, startup, università e istituzioni lavorano insieme per generare innovazione e crescita sostenibile. È il passaggio da filiera a piattaforma. Non è un caso che gli ecosistemi tendano a moltiplicarsi anche in Italia: PwC ne ha mappati 272 distribuiti anche lontano dai contesti metropolitani. 

FOTO ECOSISTEMI

Il nuovo valore diffuso
Da catena del valore a costellazione del valore. E dentro questa costellazione cambia anche il ruolo delle imprese. Non più entità chiuse che difendono confini, ma nodi attivi di una rete che produce conoscenza. Una trasformazione che, come sottolinea la ricerca accademica, implica anche nuove sfide: governance, misurazione dell’impatto, gestione della complessità. Insomma, l’open innovation non semplifica il mondo. Lo rende più complesso, ma anche più ricco di opportunità. MagnoLab si inserisce esattamente in questo spazio. Non come luogo fisico, ma come architettura relazionale. Un’infrastruttura che rende possibile ciò che la teoria descrive: la transizione da un modello chiuso a un modello aperto, collaborativo, interdipendente. Perché oggi innovare non significa più proteggere ciò che si sa,
ma mettere in circolo ciò che si sa per generare nuovo valore.
Facciamo un passo indietro. Per decenni il modello industriale è stato costruito sulla chiusura: competenze interne, controllo dei processi, difesa del know-how. Oggi quel paradigma è superato. Oggi l’innovazione non è più un processo chiuso: è qualcosa che nasce dalla collaborazione tra attori diversi, imprese, ricerca e territori. In fondo il vero cambiamento è passare da una logica individuale a una logica di ecosistema. Non si tratta più solo di innovare, ma di creare le condizioni perché l’innovazione possa avvenire in modo continuo. «L’innovazione non può più essere pensata come un fatto interno alla singola azienda: è un processo che si costruisce insieme. Mettere insieme competenze diverse permette di accelerare e allo stesso tempo di ridurre il rischio. Quando si lavora in ecosistema, l’innovazione diventa più concreta, più veloce e più efficace», afferma Marco Bardelle, co-fondatore di MagnoLab. E lo fa percorrendo in lungo e in largo quei capannoni votati all’innovazione aperta. «MagnoLab nasce dalla consapevolezza che il tessile ha bisogno di innovare insieme, non più in modo isolato. Qui le imprese trovano un luogo dove sviluppare progetti comuni lungo tutta la filiera. Il distretto evolve: da luogo produttivo a spazio di co-creazione. Anche perché la collaborazione è l’unico modo per affrontare le sfide che abbiamo davanti», sostiene Giovanni Marchi, presidente di MagnoLab. In fondo questo spazio nasce dall’incontro di professionisti come Giovanni e Marco e dalla loro capacità di guardare lontano. Non a caso dopo alcuni viaggi di lavoro all’estero arriva l’intuizione geniale che diventa sistema. L’innovazione oggi nasce dall’incontro tra competenze diverse: tecnologia, ricerca e industria. «Le contaminazioni sono il vero motore dell’innovazione contemporanea. La ricerca non può più restare separata dall’impresa: deve entrare nei processi produttivi», afferma Alice Borrello, Responsabile ESG & Impact Finance di Triadi, spinoff del Politecnico di Milano. Insomma, le idee non si sviluppano più in modo isolato: circolano, si intrecciano e generano valore quando vengono condivise. Un posizionamento di mercato che diventa fattore critico di successo anche nel tempo della “prevedibile imprevedibilità”, come evidenziato dall’Economist in una recente copertina che ha lasciato il segno. Chi resta chiuso rischia di rallentare, mentre chi si apre accelera. Perché il futuro dell’innovazione è collaborativo, interconnesso e aperto.

Sella e l’open innovation
«Per noi l’open innovation è la modalità attraverso cui è possibile integrare i servizi tradizionali di ingegneria finanziaria con soluzioni e prodotti che non appartengono al nostro dominio industriale. È un approccio che consente di ampliare il perimetro del valore offerto, mettendo in relazione competenze diverse e complementari. Un esempio concreto è il verticale di competenza sull’industria tessile: una metodologia di innovazione che siamo in grado di portare nei territori e nei distretti. Le competenze sono molteplici: dai servizi di welfare integrati con i servizi finanziari, ai servizi di accompagnamento nel ricambio generazionale, dove soluzioni di intelligenza artificiale possono supportare sia la componente dei redditi sia l’evoluzione organizzativa delle imprese». Così afferma Stefano Azzalin, head of innovation del gruppo Sella. 
La componente metodologica è replicabile, ma esistono barriere da superare. «In particolare nella manifattura e nell’industria le strutture organizzative non sono sempre pronte ad accogliere innovazioni più rapide o digitali. A volte ci confrontiamo con persone che non sono ancora predisposte a un dialogo aperto con soggetti esterni», precisa Azzalin. L’evoluzione è verso un modello di servizio evoluto con professionisti in grado di leggere la complessità e cogliere le opportunità. Innovation manager as a service, si potrebbe dire. «In questo contesto ci posizioniamo come innovation manager as a service: portiamo la nostra esperienza nei distretti industriali e attiviamo in modo collaborativo modelli organizzativi che consentano ai territori di diventare progressivamente autonomi nella capacità di cogliere opportunità di innovazione. Questo lavoro è fondamentale perché le industrie rappresentano il tessuto economico del nostro Paese. Oggi più che mai innovazione e impatto sono gli strumenti chiave per mantenere e rafforzare la competitività delle imprese», dice Azzalin. Bisogna andare oltre il capitale tecnologico, verso il capitale umano. La cultura diventa il fattore distintivo. «Il tema centrale è l’equilibrio, e questo equilibrio passa dalla cultura aziendale. Torniamo quindi alle persone e alla capacità di innestare percorsi di cambiamento che, per loro natura, sono anche lenti. Parliamo di curve di apprendimento: nell’open innovation non esistono pratiche giuste o sbagliate, ma percorsi di maturazione che ogni organizzazione deve attraversare. Ignorare oggi le opportunità offerte dall’open innovation può risultare miope. Il consiglio è quello di partire da piccole iniziative che aiutino a diffondere una cultura del cambiamento basata sull’apertura. Ogni azienda, ogni organizzazione e ogni distretto ha una propria velocità di adattamento, anche in funzione del contesto esterno. Le aziende devono convincersi che l’open innovation non sostituisce i processi di innovazione tradizionale. Al contrario, li affianca. Sulle competenze verticali le imprese sanno perfettamente cosa fare; il valore nasce dalla combinazione tra l’innovazione tecnica tradizionale e un’innovazione più trasversale e aperta», dice Azzalin. Accanto alla collaborazione, c’è un elemento chiave rappresentato dalla velocità. Che significa accelerazione ma anche scalabilità. «Dal nostro osservatorio vediamo che le strade da intraprendere, le tecnologie da adottare e i cambiamenti da attuare sono ormai chiari. Oggi la vera sfida è riuscire a farlo in tempi brevi, perché il cambiamento è sempre più rapido», conclude Azzalin.

Il fattore tempo
Al bando la catena lineare, quello che conta oggi è una rete dinamica in cui ogni attore contribuisce alla creazione di valore. Uno degli effetti più evidenti è la riduzione dei tempi di sviluppo. Condividere impianti e competenze consente di accelerare il passaggio dall’idea al prodotto. Ridurre il time to market è fondamentale: oggi chi arriva prima, spesso, vince perché la collaborazione, per esempio, permette di testare rapidamente soluzioni nuove e di portarle sul mercato in tempi molto più brevi. Ma è una questione di velocità che diventa questione di qualità. Innovare insieme significa costruire soluzioni più solide, perché validate da più attori. È un processo che implica una accelerazione o una riconversione industriale e richiede metodo e governance certamente, ma anche apertura e visione. Insomma, capacità di giocare in squadra. È un’innovazione che ridisegna i luoghi di lavoro, i distretti, le città, le comunità. Insomma, quando è virtuosa, l’innovazione – che parte alle persone e atterra su dati e tecnologie – diventa il volano per accelerare le trasformazioni. D’altronde le idee non si generano più dentro confini rigidi: circolano, si intrecciano, si evolvono. La strategia vincente, allora, non è più verticale ma distribuita, pervasiva, reticolare. Coinvolge l’intera organizzazione, si estende alla filiera, abbraccia fornitori, clienti e persino competitor. È da qui che nascono modelli nuovi, fondati sull’ibridazione delle competenze e sulla capacità di leggere le connessioni. Una prospettiva che trova conferma anche nelle ricerche di Alex Pentland, secondo cui le scoperte più rilevanti emergeranno proprio dall’intersezione tra persone, dati e relazioni. «In futuro le scoperte più importanti arriveranno dalla comprensione delle connessioni tra persone e dati. Ogni crisi costringa a ripensare i rapporti tra individui e imprese», ha scritto Pentland nel suo bestseller “Building the new economy”. Costruire, anzi ricostruire insieme. È forse questa l’idea più dirompente per affrontare al meglio questo travagliato ventunesimo secolo.
 

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