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Quella sana ossessione della conoscenza peer-to-peer

Quella sana ossessione della conoscenza peer-to-peer
Il riso, alla base dell'idea di RiceHouse

Viviamo in un mondo che corre a velocità aumentata rispetto al passato e che spesso ci impedisce di comprendere e decodificare fenomeni nuovi. Eppure abbiamo necessità di fotografare quello che avviene, di scattare un'istantanea seppur sfocata perché in movimento, di rallentare per poter ragionare sui trend emergenti internazionali che stanno riscrivendo prodotti, servizi, visioni, relazioni. Questa è il senso della nostra nuova rubrica Insights longform. Un modo per comprendere quello che sta avvenendo intorno a noi e per raccogliere le sfide future che riguardano persone, imprese, comunità. Buona lettura.

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Uno più uno non fa necessariamente due. Può sembrare un paradosso anche per coloro che masticano poco di matematica, ma quando si parla di persone è proprio così. Perché uno più uno è una somma esponenziale di storie, esperienze, successi, idee. In fondo è quello che ha pensato un'architetta da sempre attenta alle tematiche legate all'impatto ambientale, diventata negli anni una startupper di successo. Perché quell'uno più uno che diventa molto di più Tiziana Monterisi - nata a Lecco e oggi biellese di adozione, in tasca una laurea in architettura e nel curriculum una serie di esperienze in Spagna e Francia - lo ha capito da tempo, provando a pensare l'edilizia abitativa in modo diverso. Quelle case che si sono sempre fatte in un modo, Tiziana ha iniziato a pensarle in modo alternativo, sostenibile, innovativo. Così nasce un'avventura che è diventata una storia imprenditoriale di successo. Insieme al suo compagno Alessio e ad una squadra di giovani architetti sempre più numerosa, ha acceso RiceHouse, B-corp con filiera del riso, in quelle terre da sempre vocate a risaie.

 

Perché la casa di Tiziana nasce dagli scarti del riso e integra sostenibilità, efficienza energetica e domotica. Una casa con paglia e termo-intonaci alleggeriti. Un'intuizione geniale che guarda ai materiali naturali del passato per ripensare le abitazioni del futuro. "Ho iniziato un percorso verso l'architettura sostenibile. Al riso mi ci sono avvicinata vedendo lo straordinario paesaggio delle risaie, a me sconosciuto nonostante abitassi nel lecchese, a centocinquanta chilometri da Biella. Appena trasferitami in queste terre le ho viste bruciare in autunno, le risaie. Io già all'epoca lavoravo con i materiali naturali e la paglia di riso, che ha caratteristiche chimiche interessanti perché non marcisce e contiene silice, importante per il materiale edile. Il riso si integra bene anche con altri leganti naturali a base di argilla, magnesite o proteine di soia: si va così a lavorare sugli intonaci, sulle finiture, sugli isolanti degli edifici", ha raccontato Monterisi al Sole24Ore.

Siamo ad Andorno Micca, paesino nel biellese con poco più di tremila anime, ombelico del mondo di un certo modo di intendere la terra, la comunità, il lavoro, il riso che sfama e dà lavoro. Nell'headquarter di Ricehouse lavorano decine di professionisti, un team al 70% femminile e con una formazione prevalente in architettura. Un business che parte dagli scarti e che attiva una nuova filiera. Tiziana ha pensato di trasferire agli agricoltori un altro modo di pensare la propria attività. Perché Ricehouse ha fatto rinascere un nuovo indotto e offerto nuove modalità di lavoro. "A me questo scarto piace chiamarlo eccedenza. Diventa in fondo un nuovo oro giallo. Anziché bruciare, i contadini lo raccolgono e lo stoccano. Così azzeriamo l'emissione di Co2 e torniamo al passato, perché un tempo case e cascine piemontesi si costruivano con questa tecnica già adottata nel Settecento in Nebraska", ricorda Monterisi. Il riso scarta il 30% tra argilla del campo, ceneri, lolla e paglia. E lei con Ricehouse è riuscita in un'impresa impossibile: far dialogare il mondo dell'agricoltura con quello dell'architettura. "Oggi chiediamo agli agricoltori di raccogliere lo scarto e di lavorarlo per noi. Abbiamo costruito insieme un protocollo che implica la lavorazione e l'imballaggio con relativa certificazione per l'arrivo poi in cantiere. Di fatto facciamo dialogare gli agricoltori con i cantieri in una filiera sostenibile", precisa Monterisi. Arricchimento di competenze. Quel tassello di conoscenza che io possiedo unito al tuo si accresce e diventa qualcosa di molto potente. Attenzione, non è uno scambio. È una moltiplicazione di valore.

 

Cooperare per crescere

Da Biella a Milano. Alla Facoltà di Design della Comunicazione del Politecnico - una delle più prestigiose d'Italia - il progetto di sintesi, cioè l'esame conclusivo del percorso, lo si realizza in piccoli gruppi, con gli studenti che cooperano insieme, seguiti da tutor che indirizzano le loro scelte progettuali. Questa metodologia ha radici storiche molto antiche: viene fatta risalire all'antica Grecia di Aristotele e la si ritrova nel I Secolo dopo Cristo nella Roma di Quintiliano, così come nella scuola gesuitica e in quella del teologo Comenio del XVII° Secolo. In questo modo gli studenti hanno l'opportunità di sperimentare la cooperazione in un contesto di apprendimento tra pari: mentre lavoravano insieme per raggiungere obiettivi comuni, condividevano conoscenze, esperienze e competenze, creando un ambiente di apprendimento collaborativo che favorisce la crescita reciproca.

Gli studenti sviluppano così un senso di responsabilità condivisa e imparano a sostenersi a vicenda nel superare le sfide, riconoscendo che il successo collettivo è strettamente legato alla capacità di lavorare insieme in modo sinergico. L'esperienza di cooperazione durante il progetto di sintesi fornisce agli studenti una solida base per comprendere l'importanza della cosiddetta peer-to-peer learning anche in un contesto aziendale: in questo modo, infatti, interiorizzano che in un ambiente di lavoro collaborativo lo scambio di conoscenze tra colleghi può portare a risultati migliori. Nelle imprese l'apprendimento e lo sviluppo delle competenze dei dipendenti sono aspetti cruciali per il successo e la crescita delle singole organizzazioni. In un mondo sempre più interconnesso e basato sulla condivisione di informazioni, la peer-to-peer learning sta guadagnando sempre più spazio nelle aziende. Questo approccio alla formazione, basato sulla condivisione e lo scambio di conoscenze tra i membri del team, è diventato un elemento chiave per lo sviluppo e la crescita delle organizzazioni. Mentre tradizionalmente la formazione veniva fornita in modo verticale, con una figura esperta che trasmetteva conoscenze ai dipendenti, oggi sempre più realtà aziendali stanno adottando un approccio di apprendimento peer-to-peer. Ne abbiamo parlato qui anche con l'ex pallavolista Maurizia Cacciatori.

Nata negli Stati Uniti negli anni Settanta, la peer-to-peer learning trasforma la formazione da un processo unidirezionale a un'esperienza collaborativa e interattiva. Una delle caratteristiche cruciali di questo tipo di apprendimento che affonda le sue radici in approcci pedagogici già esistenti come, ad esempio, l'apprendimento tra pari del Metodo Montessori, è la possibilità di creare un ambiente dinamico tra i colleghi. I dipendenti, in questo modo, possono condividere le proprie esperienze, competenze e conoscenze con gli altri membri del team: questa condivisione reciproca permette di apprendere da esperienze reali, di confrontarsi su problematiche reciproche e di scoprire nuovi approcci e soluzioni. La collaborazione tra pari - da qui "peer-to-peer" - in definitiva favorisce un ambiente di lavoro inclusivo e stimolante, in cui tutti i membri del team possono contribuire attivamente all'apprendimento.

 

Apprendimento informale

La peer-to-peer learning si basa anche e soprattutto sull'apprendimento informale, attraverso le interazioni quotidiane tra i dipendenti. Spesso, infatti, molte delle competenze e del know-how vengono acquisiti in modo non strutturato, durante conversazioni informali, attività di brainstorming o di progettazione di gruppo. Questo tipo di apprendimento spontaneo e informale può essere altrettanto efficace, se non di più, rispetto alla formazione tradizionale, in quanto si basa su contesti e casi studio effettivi. La condivisione delle conoscenze e delle esperienze all'interno del team può promuovere una cultura di apprendimento continuo, in cui ciascun membro è responsabile del proprio sviluppo e del miglioramento delle competenze. È necessario quindi creare una cultura in cui ogni dipendente è visto come un esperto in qualcosa e viene valorizzato per la sua unicità. Questo favorisce l'innovazione e l'adattabilità dell'azienda in un ambiente in rapida evoluzione come quello imprenditoriale.

In questo senso la peer-to-peer learning incrementa la motivazione e il coinvolgimento delle persone. È quel che ha riscontrato l'ONG statunitense, che si dedicata a migliorare la vita scolastica dei giovani provenienti da famiglie a basso reddito e contesti difficili, traghettandoli verso il college attraverso la peer-to-peer learning. Secondo quanto riporta il New York Times, l'approccio di PeerForward si basa sul riconoscimento del potere delle influenze sociali tra i giovani. L'organizzazione lavora per formare e supportare gruppi di studenti nelle scuole, noti come Peer Leaders, che svolgono un ruolo chiave nel promuovere l'importanza dell'istruzione tra i loro coetanei. I Peer Leaders vengono addestrati per svolgere attività di coinvolgimento degli studenti, creando un ambiente accogliente e motivante per i loro compagni di classe. Lo stesso, potenzialmente, può avvenire entro i confini aziendali: quando i dipendenti sono parte attiva del processo di apprendimento e sono liberi di condividere le proprie esperienze, si sentono valorizzati e motivati a contribuire al successo dell'impresa. Inoltre il coinvolgimento nella formazione dei propri colleghi incrementa la fiducia in sé stessi, le capacità comunicative e consente di mettere a terra concetti e metodi che i lavoratori hanno interiorizzato. Tutte abilità fondamentali per lo sviluppo professionale e più in generale dell'intera organizzazione.

 

Verso il Web3

L'apprendimento personalizzato tipico della peer-to-peer learning, insieme al concetto di formazione trasversale e condivisa, si riflette nella filosofia del Web3, che promuove una rete di interconnessione e condivisione di risorse tra i partecipanti. In ambito aziendale, questo si traduce in una cultura in cui ciascun individuo contribuisce con il proprio "mattoncino di sapere esperto" al fine di costruire una solida base di conoscenza aziendale collettiva, che porta ad avere un ambiente di lavoro stimolante e innovativo. Forbes riporta l'esempio dei team-commerciali: secondo la testata finanziaria statunitense l'apprendimento peer-to-peer è un modo veloce per formare i dipendenti che si occupano della vendita dei progetti, e le migliori risorse per farlo non vanno necessariamente ricercate in costosi corsi online e offline, ma all'interno dello stesso team di vendita. "I revenue team hanno successo quando imparano gli uni dagli altri e condividono le best practice tra loro".

La peer-to-peer learning, inoltre, favorisce lo scambio generazionale. Le aziende moderne, infatti, sono spesso composte da una varietà di generazioni, ciascuna con le proprie caratteristiche e competenze distintive. La formazione intesa come scambio e condivisione informale consente ai dipendenti di imparare l'uno dall'altro, e di trarre vantaggio dalla diversità delle esperienze. I lavoratori più giovani possono apportare una fresca prospettiva tecnologica e una comprensione delle nuove frontiere del mondo digitale, mentre i lavoratori più navigati possono condividere le loro competenze accumulate nel corso degli anni.

Lo scambio generazionale crea una matrice identitaria forte all'interno dell'organizzazione, contribuendo a una crescita e a un apprendimento più completo. Questa cultura basata su una formazione attiva e continua consente ai dipendenti di sviluppare competenze sempre più pertinenti, e al tempo stesso di adattarsi alle sfide in costante mutamento del mondo del lavoro. Sono infatti le persone - il capitale umano - che con i loro saperi e le loro esperienze rappresentano la risorsa più preziosa per il successo di un'azienda, e la peer-to-peer learning consente di creare un ambiente intergenerazionale in cui il valore di ciascun individuo viene riconosciuto e sfruttato appieno.

 

T-shaped skills: versatilità nel lavoro

In un contesto che abbraccia la logica peer-to-peer stanno generando sempre più attenzione anche le cosiddette le T-shaped skills o competenze a forma di T. Queste skills combinano una solida base di conoscenze specializzate (il tratto verticale della "T") con una vasta gamma di competenze trasversali (il tratto orizzontale della "T"). In particolare le T-shaped skills rappresentano un approccio olistico alle competenze, che va oltre la mera specializzazione in un campo specifico. La competenza verticale rappresenta una profonda conoscenza e abilità in un'area specifica, come ad esempio lo sviluppo software. Tuttavia la vera forza delle T-shaped skills risiede nella competenza orizzontale, ovvero nella capacità di comprendere e collaborare in diverse discipline e settori.

Le T-shaped skills offrono un vantaggio significativo in un mondo in rapida evoluzione. Le competenze trasversali consentono di adattarsi rapidamente ai cambiamenti del mercato e di assumere ruoli diversi all'interno di un'organizzazione. Essere versatili significa poter affrontare nuove sfide e cogliere opportunità emergenti. Ma soprattutto favorisce la collaborazione e il lavoro di squadra grazie alla comprensione di discipline diverse e all'abilità di comunicare in modo efficace con persone provenienti da diverse aree, i professionisti con competenze T-shaped possono integrarsi facilmente in team eterogenei, e veicolare a loro volta - attraverso la peer-to-peer learning - il know-how che possiedono.

La collaborazione tra professionisti con diverse expertise consente infatti di combinare idee e prospettive diverse, portando a soluzioni innovative e adattabili. Un esempio di successo? Secondo l'Harvard Business Review arriva da Ideo, colosso americano impegnato nella progettazione e consulenza con uffici anche in Inghilterra, Germania, Giappone e Cina. Una startup sui generis nata a Palo Alto, in California, nel lontano 1991. Da sempre l'azienda è icona internazionale per il suo lavoro di design innovativo: oggi tutti i 700 dipendenti adottano un approccio progettuale per pensare e ripensare prodotti, servizi, ambienti ed esperienze digitali. Nel 2010 Tim Brown, CEO di IDEO, ha rilasciato un'intervista in cui ha descritto nel dettaglio la persona a forma di T che la sua azienda assume regolarmente. Come abbiamo scritto le persone a forma di T hanno una profonda abilità in un'area - ossia la linea verticale della "T" - e una capacità di lavorare in modo interfunzionale attraverso le discipline - ossia la linea orizzontale della "T".

Ma attenzione. Questa idea non è nata con Ideo, ma si associa addirittura alla società di consulenza McKinsey, che già negli anni '80 sosteneva come nella finanza fosse centrale questo approccio allargata e interfunzionale. Eppure è stato David Guest, professore di Psicologia Organizzativa all'università londinese King's College, ad argomentare il tutto in un pezzo pubblicato sul quotidiano The Independent il 17 settembre 1991 e dal titolo assai evocativo: "Anche nell'informatica è iniziata la caccia per l'uomo rinascimentale". Una visione inedita, coraggiosa, controcorrente. Pensare in modo diverso e fare la differenza. Lo sostiene anche Sarah Davanzo, uno delle più note Chief Data Officer in America, per vent'anni al lavoro con le più grandi aziende Fortune500: "Le idee sono come i nasi, tutti ne hanno uno. Sono stanca delle persone che vengono da me con una grande idea o invenzione, ma senza la minima idea di come realizzarla. Il vero genio è riuscire a far accadere le cose".