Appunti d'Archivio | Montagne che uniscono. Dalle sfide sull’alta quota allo spirito olimpico
Le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026 offrono l’occasione per celebrare lo sport e, al tempo stesso, per riflettere sul profondo rapporto che lega l’Italia alla montagna. Tra gli eventi dell’Olimpiade Culturale, la mostra La principessa che amava lo sport. Suggestioni di neve e montagna in Casa Savoia, allestita nel Castello di Moncalieri e dedicata alla tradizione alpinistica della dinastia sabauda, ha mostrato come, già alla fine dell’Ottocento, l’alta quota fosse considerata non solo un luogo di svago, ma anche uno spazio di formazione, modernità e crescita personale. Le immagini della regina Margherita, della principessa Maria Letizia e di Maria José del Belgio, ritratte mentre praticano sport o affrontano ascensioni, trasmettono con naturalezza questa consuetudine: la montagna come compagna di vita, non come eccezione.
Tra le vicende che meglio esprimono questo legame fra Italia e Alpi spicca la storia della costruzione della Capanna Regina Margherita sulla Punta Gnifetti del Monte Rosa, a 4.559 metri di quota. La salita della sovrana - che il 18 agosto 1893 raggiunse la vetta accompagnata dalle guide di Gressoney e trascorse la notte nella capanna appena completata - suscitò grande eco. Oggi quel gesto appare non solo come un’impresa alpinistica, ma come un esempio efficace di collaborazione tra scienza, ingegneria e istituzioni.
In questo scenario si inserisce la figura di Gaudenzio Sella: ingegnere civile, appassionato di matematica, protagonista dell’ambiente alpinistico e scientifico piemontese e fondatore della banca Gaudenzio Sella & Compagni, nucleo originario dell’attuale Gruppo Sella. Il suo contributo alla costruzione della capanna fu discreto ma fondamentale: seppe unire competenze tecniche, sensibilità scientifica e attenzione per il contesto alpino. Per Gaudenzio la montagna non era solo un luogo da
scalare, ma un laboratorio dove sperimentare materiali, risolvere problemi, osservare fenomeni fisici e atmosferici e, non da ultimo, affinare lo spirito.
La vicenda della capanna si sviluppò inoltre in un clima che ricorda da vicino quello olimpico: una forma di competizione che non divide, ma sprona a superare se stessi e a generare progresso. Italia e Francia vissero infatti una sorta di gara non dichiarata per la costruzione del rifugio più alto delle Alpi. La prima iniziativa fu francese: mentre nell’estate del 1890 i cavatori biellesi preparavano il pianoro della Punta Gnifetti, Joseph Vallot e le guide di Chamonix realizzarono un’ardita capanna osservatorio sul Monte Bianco, a oltre quattromila metri. Tra coloro che la visitarono per primi vi fu anche un giovane sacerdote e brillante alpinista, Achille Ratti, il futuro Papa Pio XI, che nel luglio 1890, scendendo dalla vetta del Monte Bianco, si fece ospitare per la notte dagli operai della Capanna Vallot appena ultimata. Egli osservò come si trattasse del rifugio più alto delle Alpi, aggiungendo però che sarebbe stato presto superato dalla capanna che il Club Alpino Italiano progettava sulla Punta Gnifetti.
Alla contesa si aggiunse poco dopo l’astronomo Jules Janssen, presidente degli scienziati francesi, che nel 1891 – ormai settantenne e paralitico – raggiunse la vetta del Monte Bianco su una slitta trainata da guide e coinvolse Gustave Eiffel nel progetto di un osservatorio da edificare direttamente sulla calotta sommitale. L’impossibilità di trovare una base rocciosa stabile costrinse Eiffel ad abbandonare il progetto, ma Janssen decise comunque di far costruire nel 1893 un osservatorio metallico a 4.810 metri. Fu un primato effimero: la struttura venne presto inglobata dal ghiaccio. Tuttavia, quei tentativi dimostrarono la forza della spinta scientifica verso l’esplorazione dell’alta quota.
Il primato definitivo rimase all’Italia grazie all’iniziativa proposta nel 1889 da sette giovani della famiglia Sella – tutti alpinisti – che suggerirono al Club Alpino Italiano la costruzione di un rifugio osservatorio sopra i 4.500 metri, destinato tanto agli scalatori quanto agli studiosi. Da quel momento prese avvio un processo complesso: la preparazione del sito sulla Punta Gnifetti, la progettazione della struttura, la selezione dei materiali e l’organizzazione di trasporti a dir poco straordinari. Con il progredire dei lavori, Gaudenzio Sella finì per coordinare ogni aspetto realizzativo dell’impresa, affrontando anche problemi tecnici come la protezione dai fulmini e adottando, insieme al fisico e matematico Alfonso Sella, suo cugino, soluzioni innovative quali il rivestimento esterno in rame.
La capanna in legno, costruita a Biella con tavole di pino d’America, fu preassemblata a Gressoney nell’estate del 1891, dove ricevette il simbolico “battesimo” alla presenza della regina Margherita, che donò 1.000 lire al progetto e diede il proprio nome al rifugio. Smontata e trasportata in quota pezzo per pezzo, raggiunse la Punta Gnifetti nell’estate del 1893.
Il 18 agosto la regina Margherita salì alla capanna che portava il suo nome, trasformando un sogno alpinistico e scientifico in un punto di riferimento per generazioni di studiosi. Quel piccolo edificio di legno, essenziale e robusto, rappresentava il modo in cui l’Italia di fine Ottocento guardava al futuro: con pragmatismo, ambizione misurata e la volontà di confrontarsi con l’altitudine non soltanto in senso fisico. Divenne un simbolo duraturo: dimostrava che la montagna può essere luogo di incontro, ricerca e collaborazione e che una competizione internazionale, se vissuta con spirito costruttivo, può trasformarsi in un’opportunità di crescita collettiva.
Oggi la Capanna Regina Margherita continua ad accogliere scienziati e appassionati, preservando il proprio valore simbolico. La sua storia, riletta alla luce di un grande evento come le Olimpiadi, ricorda che lo spirito autentico della competizione non è quello che divide, ma quello che avvicina. È lo spirito che anima atleti, alpinisti e studiosi: la spinta a superare i limiti condividendo conoscenza e costruendo progresso. Questo stesso spirito ha guidato anche la salita della fiamma olimpica fino alla Capanna Regina Margherita lo scorso gennaio, grazie ai suoi tedofori d’eccezione: le guide alpine del Monte Rosa provenienti da Gressoney, Alagna, Ayas, Zermatt e Macugnaga.
La montagna, ieri come oggi, rimane un luogo in cui i popoli si incontrano: un ambiente capace di generare cultura, identità e dialogo. E storie come quella della Capanna Margherita continuano a ricordarcelo, soprattutto quando eventi come le Olimpiadi riportano al centro lo spirito di collaborazione che la montagna incarna da sempre.