Mountain Wilderness, in montagna meno consumo e più consapevolezza. «Vi racconto il nuovo cammino verso la vetta»
Nel cuore del Karakorum – l’imponente catena montuosa dell'Asia centrale situata tra Pakistan, Cina e India e che ospitare il K2, seconda vetta più alta al mondo – l’estremo diventa esperienza e l’esperienza rischia di diventare consumo, si misura una tensione sempre più evidente. Partiamo dai numeri, che danno l’idea del fenomeno: nel 2025 oltre 800 tra trekker e alpinisti sono transitati dall’ingresso di Askole, cittadina situata nella valle di Shigar, nella parte più remota del Pakistan. Intorno a loro si muove una macchina imponente. Si tratta di 6.000 portatori e muli. Nella stessa stagione, nel Central Karakoram National Park, sono state rimosse 29,3 tonnellate di rifiuti. E il K2, simbolo assoluto dell’alpinismo, ha registrato oltre 400 salite tra il 2021 e il 2025. Numeri impressionanti, più che nei settant’anni precedenti. In questo scenario c’è chi prova a cambiare paradigma: meno conquista della vetta, più relazione e consapevolezza. Ossia meno consumo, più responsabilità. Si chiama Mountain Wilderness ed è un’idea di montagna che non è spazio da sfruttare ma ambiente da attraversare con rispetto, quasi in silenzio. Un progetto sostenuto anche dal gruppo Sella e che vedrà nei prossimi mesi anche la creazione di una guida alpinistica dedicata per le aree dello Swat, valle situata al nord del Pakistan con alture che si spingono fino ai seimila metri. Una necessità impellente perché – come ricorda Carlo Alberto Pinelli, la sua anima ispirazionale che tra poco conosceremo nel dettaglio – la montagna non è solo paesaggio ma esperienza interiore, un tempio dello spirito che chiede ascolto e misura.
Quindi mettiamoci in cammino, verso la vetta. Con consapevolezza, oltre che con passione. La montagna, oggi, ci pone una domanda semplice e radicale: vogliamo continuare a salirla o iniziare davvero ad ascoltarla?
Sulla strada certa e impervia
Carlo Alberto Pinelli è una delle figure più autorevoli nel panorama internazionale dell’alpinismo e della cultura della montagna. Accademico del Club Alpino Italiano, co-fondatore e presidente onorario di Mountain Wilderness International, ha dedicato la sua vita alla promozione di un alpinismo etico e responsabile. In questo caso quando il limite viene superato, possiamo dire. I numeri del Karakorum raccontano una crescita impressionante: flussi in aumento, logistica sempre più complessa, tonnellate di rifiuti. «Il problema è molto complesso e molto sfaccettato. Bisognerebbe avere il coraggio di sfiorare l’utopia, mantenendo però i piedi in una realtà in evoluzione. Se ci lasciamo sedurre dal sogno di riportare le grandi montagne dell’Asia allo stato incontaminato che incontrarono i primi visitatori ottocenteschi, perdiamo solo tempo. Bisogna non guardare indietro, ma spingersi in avanti, per riproporre in forme nuove gli ideali di quei nostri lontani predecessori. La strada è stretta e impervia: ma ciò a noi alpinisti dovrebbe piacere», afferma Pinelli, che è anche scrittore, docente universitario, esploratore e documentarista, tra i pionieri di una visione che mette al centro la tutela degli ecosistemi montani e il rifiuto delle derive consumistiche del turismo d’alta quota. Facile a dirsi, più difficile a farsi. Ecco perché il pensiero che Pinelli ha contribuito a ridefinire il concetto stesso di frequentazione della montagna va praticato nei fatti, con azioni concrete. Quindi non conquista, ma relazione. Ossia non performance, ma consapevolezza. Attraverso progetti internazionali e iniziative sul campo, Pinelli ha lavorato per costruire un modello di turismo capace di generare valore per le comunità locali, proteggere la biodiversità e formare nuove generazioni di frequentatori più attenti, responsabili e rispettosi.
Empowerment femminile in vetta
«In Pakistan – sempre insieme al CAAI – Mountain Wilderness è impegnata su due diversi fronti. Ci sono le iniziative volte a evitare l’ulteriore degradazione dell’esperienza che si dovrebbe poter vivere avvicinandosi al K2, la montagna simbolo dell’orgoglio del Pakistan. Ma la nostra associazione è da anni impegnata anche nelle valli dello Swat, con lo scopo di ottenere, in prospettiva, l’istituzione di un parco nazionale. A tal fine abbiamo escogitato e portato a termine varie iniziative volte a conquistare a questa idea una parte significativa della popolazione locale. Tra tali iniziative spiccano i corsi di introduzione a un alpinismo eco compatibile riservati alle ragazze del posto: hanno avuto un effetto rivoluzionario, superiore alle nostre attese», dice Pinelli. Dalle vette asiatiche a quelle europee. «Nel 2027 per celebrare i quarant’anni della nascita di Mountain Wilderness a Biella, stiamo lavorando per organizzare insieme alla Fondazione Sella un convegno internazionale di altissimo livello, dove sottoporremo all’esame di una platea composta dai maggiori esperti mondiali, le conclusioni alle quali saremo giunti. Da un simile incontro potrebbe emergere una linea di condotta coraggiosa ma non campata in aria», precisa Pinelli.
L’intervista: in punta di piedi
Dalla denuncia all’azione, il tema dell’overtourism in montagna è noto. Come agite concretamente?
Stiamo portando avanti iniziative insieme al Club Alpino Accademico Italiano per mettere a punto strategie volte a mitigare i danni che le spedizioni commerciali e lo sciame dei trekkisti producono all’ambiente naturale dei “grandi ottomila” e ai percorsi per raggiungerne la base. Stiamo elaborando una rete di ipotesi operative che i governi locali, con un poco di buona volontà e di consapevolezza della posta in gioco, potrebbero mettere in pratica, sperimentalmente.
Lei invita a vivere la montagna come ospiti e non come conquistatori. Come si traduce?
È semplice: andando in punta di piedi! E lasciando le montagne raggiunte e le valli percorse, prive delle tracce del nostro passaggio. Questo atteggiamento rispettoso contiene anche un messaggio rivolto verso le popolazioni locali e le autorità che le governano: è possibile immaginare un flusso di visitatori e un conseguente sviluppo economico, senza necessariamente devastare le regioni montane.
Dietro ogni spedizione si attiva una filiera enorme, come dimostrano i 6.000 portatori coinvolti. Come si passa da modello estrattivo a leva di sviluppo sostenibile per le comunità locali?
Questa, si può dire, è la madre di tutti i problemi che ci coinvolgono e preoccupano. Lo spazio che mi viene concesso non mi permette di affrontare l’argomento in questa sede. Basta dire che siamo perfettamente coscienti della sua cruciale importanza. E che stiamo anche elaborando qualche linea guida in proposito.
Nei suoi scritti emerge una dimensione quasi spirituale della montagna, in un’epoca dominata da velocità e performance.
Mi giungono da molte parti segnali abbastanza confortanti. Si è creato ormai un abisso tra i super eroi che compiono imprese ai miei tempi reputate inimmaginabili, esaltate dai media e finanziate da sponsor sempre più esigenti e la massa degli umili frequentatori delle montagne che serenamente percorrono i sentieri, si impegnano nei trekking o affrontano arrampicate di terzo e quarto grado. In quell’abisso, dimenticato dai media, ma estremamente vivace, la dimensione che potremmo chiamare “spirituale” è tutt’altro che morta.
Il K2 sta vivendo una fase di commercializzazione dell’estremo. Esiste il rischio che anche le montagne simbolo diventino prodotti turistici replicabili?
Se c’è una montagna simbolo quella è certamente il K2. Per noi italiani e per tutti i pakistani. Molto più dell’Everest, ormai definitivamente degradato. Eppure stiamo assistendo ad una progressiva simile degradazione del K2, causata soprattutto da spregiudicate spedizioni commerciali organizzate e guidate da imprenditori di etnia Sherpa provenienti dal Nepal.
Se guardiamo ai prossimi dieci anni, qual è la visione possibile?
In Karakorum e in Himalaya sono centinaia le vette tra i seimila e i settemila metri, che molto raramente vengono tentate e salite. Vette bellissime, anche molto difficili, dove è ancora possibile immergersi in un’avventura di grande valore, non solo atletico ma anche spirituale. I club alpini di tutto il mondo dovrebbero spingere i loro soci più audaci a disinteressarsi delle vette di ottomila metri, dove già in partenza si conosce ogni dettaglio della via di salita, dove le piazzole dei campi di quota sono già belle e pronte, dove i punti difficili sono equipaggiati con corde fisse, per privilegiare le vette “minori”, ultimo terreno di gioco dell’alpinismo autentico. Non c’è che l’imbarazzo della scelta!
Per tutelare la montagna serve più regolamentazione o più cultura?
Entrambe, strettamente interconnesse. La partita si gioca sia nelle norme che nei comportamenti individuali.