Dalla chiusura di Hormuz alla distanza tra economia reale e mercati finanziari, ecco perché oggi si naviga a vista
Questa è la prima puntata del 2026 della rubrica Insights - Il punto di Paolo Magri, un'analisi a firma degli analisti dell’ISPI, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale di cui Magri è presidente del comitato scientifico. Qui puoi rileggere la altre puntate. Il pezzo è co-firmato da Filippo Fasulo. Buona lettura.
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Doveva essere un’azione lampo che – replicando quanto visto a inizio gennaio in Venezuela – avrebbe dovuto rovesciare il regime iraniano e riportare l’ordine in Medio Oriente. Si è trasformata in una delle peggiori crisi energetiche della storia contemporanea. La chiusura dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran in risposta agli attacchi israelo-statunitensi ha, infatti, mostrato il nervo scoperto dell’economia mondiale – sempre più digitale ma ancora profondamente ancorata agli snodi fisici – e rimesso in discussione uno dei principi cardine del commercio internazionale: la libertà di navigazione garantita dal diritto internazionale.
Quest’ultimo punto non dovrebbe più sorprendere. La nuova normalità a cui ci stiamo abituando è un contesto globale in cui le norme internazionali multilaterali rimangono inchiostro su carta e in cui i garanti storici di tale architettura sono i primi a disattenderle. Oltre a queste considerazioni più generali, il vero interesse è comprendere la postura dei principali attori internazionali in questo momento storico così delicato. I diversi posizionamenti – e i divergenti obiettivi perseguiti – avranno un impatto nel medio-lungo periodo sulle scelte strategiche, ridisegnando ancora una volta equilibri internazionali in cui la logica del “liberi tutti” la fa da padrone.
Trump, una corsa ai ripari
La politica estera muscolare di Donald Trump si è ritrovata a toccare l’apice prima di affrontare una parabola discendente negli ultimi mesi. Il successo dell’operazione militare che ha portato alla cattura del Presidente venezuelano Nicolas Maduro a inizio gennaio sembrava essere la riprova dell’assoluta supremazia militare statunitense. Un segnale per tutti i leader internazionali lontani dalle posizioni di Washington. Tuttavia, cercare di trasporre la stessa logica al quadro mediorientale si è rivelata una mossa rischiosa – e al momento non vincente. L’errore di calcolo statunitensi nella programmazione dell’operazione deriva soprattutto da una forte spinta israeliana nell’accelerare l’inizio della guerra e nel perseguire, oltre allo smantellamento del programma nucleare e missilistico, anche un cambio di regime. Dal canto suo il regime iraniano, seppur dovendo fare i conti con l’uccisione della guida suprema Khamenei e di numerosi vertici militari e politici, ha dimostrato di essere più resiliente delle aspettative e ha dimostrato in più occasioni la fallacia delle dichiarazioni statunitensi, che hanno dichiarato vittoria fin dal primo bombardamento per poi ritrovarsi impantanati in un conflitto estremamente costoso, sia in termini economici che di immagine. Il presidente statunitense continua a portare avanti la sua politica dettata da annunci rumorosi continui e incoerenti tra loro, mettendo in difficoltà i suoi collaboratori (essi stessi non favorevoli all’intervento in Iran) e allontanando sempre di più l’opinione pubblica. La promessa di una presidenza senza guerra appare ormai come un lontano ricordo.
La Cina paziente
Se Trump si contraddistingue per il rumore, l’approccio di Pechino è diametralmente opposto. Spesso considerata come una potenza destabilizzatrice, che con le sue pretese su Taiwan rischiava di trasformarsi nel principale motivo di instabilità dell’ordine mondiale, la postura cinese dall’inizio del conflitto in Iran si è rivelata saggia e con chiari intenti di normalizzazione. Il presidente cinese Xi Jinping, almeno inizialmente, non ha criticato direttamente la condotta statunitense ed israeliana, ma ha fatto un appello più generale alla prudenza e al rispetto delle norme del diritto internazionale, per evitare un ritorno alla legge della giungla. In parallelo, si è mossa su più fronti, per rafforzare il suo posizionamento internazionale, proponendo un’alternativa concreta al disordine trumpiano. In tal senso si iscrivono sia l’incontro di Xi con il principe emiratino che la chiamata con il principe saudita: l’obiettivo cinese è di rafforzare le relazioni con i principali partner della regione, per proporsi come attore per la sicurezza della stessa e per fugare ipotesi su un suo schierarsi a favore dell’Iran.
L’Europa in balia degli eventi
Invece l’Europa si ritrova nuovamente spettatrice in uno scenario internazionale sempre più avverso. Sebbene la sconfitta di Orban dia un po’ di respiro internamente, soprattutto riguardo al sostegno all’Ucraina, Bruxelles si trova ad affrontare crisi crescenti con un approccio ormai stabilmente reattivo. L’attuale crisi energetica rischia di impattare fortemente l’economia europea, con ricadute asimmetriche sui diversi paesi a secondo dal loro grado di dipendenza dal Golfo. L’Europa nel 2022 si era già trovata ad affrontare una situazione simile, dovendo ridurre la dipendenza dal gas russo – sceso dal 45% al 12% in 4 anni. La situazione attuale richiederà un ulteriore sforzo di diversificazione, in uno scenario che, come definito dalla stessa Banca centrale europea, rimane ancora fortemente incerto. Alle ricadute energetiche si aggiunge ancora una volta le difficoltà europee nell’adottare una postura geopolitica forte. La scelta europea di non intervenire direttamente nel conflitto è stata criticata aspramente da Trump, mostrando una crescente divergenza tra gli interessi europei e quelli di Washington. La scelta strategica che potrebbe pagare in questo momento è, dunque, quella di non farsi distrarre da Washington, che quotidianamente cambia le carte in tavola, ma di dare prova di pazienza, cercando di consolidare la coesione interna e intervenendo per rafforzare l’autonomia strategica.
L’unico vincitore: i mercati
In un contesto segnato da crescente instabilità geopolitica e da rischi economici rilevanti, i mercati finanziari mostrano una tenuta che può apparire, almeno in parte, controintuitiva. A fronte di una crisi che minaccia di alimentare pressioni inflattive, rallentare la crescita e comprimere i consumi, i principali indici azionari hanno mantenuto un andamento positivo, in alcuni casi raggiungendo nuovi massimi. Per esempio, l’indice S&P 500 al 24 aprile aveva raggiunto il proprio picco storico con un rialzo prossimo al 14% rispetto a fine marzo. Questa dinamica riflette una distanza strutturale tra economia reale e mercati finanziari. Gli investitori tendono infatti a orientare le proprie valutazioni sulle prospettive di redditività futura delle imprese, che – almeno finora – non sembrano essere state compromesse in modo significativo. In questo quadro, il peso crescente delle grandi aziende tecnologiche, meno esposte agli shock energetici e sostenute dalle aspettative legate all’innovazione, contribuisce a rafforzare la tenuta degli indici. A ciò si aggiunge un’evoluzione nel comportamento degli investitori, sempre più inclini a interpretare le fasi di turbolenza geopolitica come fenomeni transitori, piuttosto che come segnali di deterioramento strutturale. Ne deriva un mercato che appare, nel breve periodo, relativamente poco sensibile alle crisi, pur rimanendo esposto a possibili correzioni qualora le tensioni dovessero intensificarsi o prolungarsi oltre le attese. A pagare il prezzo di queste crisi saranno, dunque, soprattutto le imprese e i cittadini, che si ritrovano nuovamente a fare i conti con i rischi di un aumento dell’inflazione e costi del carburante sempre più alti.