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Quantum, non è mai troppo presto, soprattutto per la finanza. Ecco perché conviene muoversi subito

Pricing, gestione del rischio, simulazioni di portafoglio, allocazione della liquidità, routing dei pagamenti, gestione delle garanzie, rilevazione delle frodi. Su tutte le aree si staglia la crescita esponenziale della capacità di calcolo e il nodo sicurezza
Quantum, non è mai troppo presto, soprattutto per la finanza. Ecco perché conviene muoversi subito
Un poster che ritrae l'IBM Quantum System Two al Future Lab durante il Goodwood Festival of Speed a Chichester, Inghilterra (Photo by John Keeble/Getty Images)
14 Oct 26
#innovazione
Pierangelo Soldavini
Pierangelo Soldavini

Questa è la nuova puntata della rubrica mensile Insights - Il punto di Pierangelo Soldavini, un'analisi a firma del noto giornalista italiano esperto di economia e innovazione. Qui puoi leggere le precedenti puntate.

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Trading, sicurezza e infrastrutture quantum-safe: le grandi banche globali hanno già iniziato a muoversi sul terreno del quantum a partire da tre fronti molto concreti. C’è così chi sperimenta il calcolo quantistico per affinare i modelli sui bond e leggere schemi di mercato più complessi, chi testa reti protette contro le future minacce ai sistemi crittografici, chi lavora sulla protezione di asset digitali e pagamenti anticipando l’era post-quantum. Il dato da cui partire è che nessuno, ormai, tratta più il quantum come un esercizio puramente teorico, da laboratorio: le applicazioni industriali sono ancora in fase iniziale, ma il posizionamento strategico dei big player è già cominciato. In questo caso non sembra rilevante prevedere il giorno esatto in cui il quantum cambierà davvero gli equilibri del settore finanziario, già sotto pressione per i rischi connessi con l’intelligenza artificiale, ma, piuttosto, capire che non è mai troppo presto per prepararsi. Anzi, il rischio più serio è l’opposto: aspettare che la tecnologia sia del tutto matura e accorgersi troppo tardi che i tempi necessari per adeguare infrastrutture, processi, governance e competenze sono molto più lunghi di quelli immaginati. Proprio perché si tratta di una tecnologia con una base scientifica del tutto imprevedibile, tanto che potrebbe sfruttare domani i dati raccolti oggi.

I campi di applicazione

Ma andiamo con ordine. I campi di applicazione sono già concreti. Sul lato del business il quantum promette di incidere su ottimizzazione, pricing, gestione del rischio, simulazioni di portafoglio, allocazione della liquidità, routing dei pagamenti, gestione delle garanzie, rilevazione delle frodi. Tutte aree in cui la finanza si misura con problemi ad altissima complessità, grandi volumi di dati, correlazioni non lineari e bisogno crescente di velocità decisionale. In tutti questi ambiti la lievitazione esponenziale della capacità di calcolo può fare senz’altro la differenza. Ma il nodo vero, oggi, è rappresentato dalla sicurezza. Perché la stessa frontiera tecnologica che promette vantaggi in termini di efficienza, modellizzazione e performance espone il settore finanziario a una vulnerabilità nuova: la possibilità che i sistemi crittografici su cui si fondano transazioni, comunicazioni, identità digitali e archivi sensibili possano diventare, domani, inadeguati. E la minaccia non comincia domani: parte adesso. Questo è il passaggio che spesso sfugge. Il problema non è solo il momento in cui un computer quantistico sarà in grado di compromettere su larga scala gli standard oggi in uso. Ma che dati raccolti o intercettati oggi possono essere conservati e decifrati in futuro, quando l’hardware sara abbastanza potente. 

La necessaria responsabilità

In uno scenario caratterizzato dall’”harvest now, decrypt later”, la questione quantistica smette di essere una previsione remota e diventa una responsabilità immediata. Per una banca, che custodisce informazioni sensibili per tempi lunghi – dai dati di clientela alle comunicazioni interbancarie, dai flussi di pagamento ai processi di compliance – questo significa che la finestra utile per prepararsi si sta già consumando. Ecco perché gli operatori più avanzati si stanno muovendo adesso, su due piani. Il primo è quello esplorativo: sperimentazioni, partnership, progetti pilota, osservazione ravvicinata dei casi d’uso più promettenti. Il secondo, ben più concreto, è quello dell’adeguatezza, della post-quantum readiness: inventario crittografico, architetture più flessibili, verifica delle dipendenze da fornitori e terze parti, test su infrastrutture critiche. In altre parole, la corsa non è verso una macchina miracolosa, ma verso la capacità di non farsi trovare impreparati. Su questo fronte ci si sta muovendo anche sul fronte più istituzionale, con una consapevolezza sempre più netta del carattere sistemico della sfida. La Banca dei regolamenti internazionali, in particolare, ha svolto un ruolo importante nel ricondurre il quantum dal terreno dell’innovazione futuribile a quello della resilienza finanziaria. Il messaggio che ha lanciato è chiaro: la transizione non potrà essere improvvisata, nè affrontata come un semplice aggiornamento tecnico, ma richiederà pianificazione, gradualità, coordinamento tra istituzioni, infrastrutture di mercato, fornitori tecnologici e intermediari. Richiederà soprattutto una visione comune delle priorità: quali dati proteggere prima, quali sistemi migrare, quali interdipendenze presidiare, quali tempi considerare accettabili.

Il nodo delle competenze

È su questo fronte che il tema entra pienamente nella governance bancaria. Perché il rischio quantistico non può essere relegato a una materia per specialisti It, laboratori di innovazione o team cyber. È un tema che riguarda il modo in cui una banca governa il proprio futuro tecnologico. Significa decidere oggi se costruire competenze interne o dipendere interamente dall’esterno, se chiedere ai fornitori roadmap credibili o limitarsi a subirne i tempi, se integrare il rischio quantistico nella pianificazione industriale e nella gestione dei rischi operativi oppure trattarlo come una questione accessoria, rinviabile, marginale.
Il pericolo maggiore, infatti, non è soltanto tecnico, ma anche, e soprattutto, organizzativo. Il vero rischio è accumulare ritardo e trasformare quel ritardo in un problema industriale e reputazionale. Perché quando una banca si muove tardi, si espone a una doppia fragilità: da una parte la difficolta di migrare sistemi legacy complessi, dall’altra la percezione esterna di non aver colto per tempo una discontinuità ormai riconosciuta da tutto l’ecosistema.  In un settore fondato sulla fiducia, arrivare in ritardo su un terreno come questo non significa solo spendere di più o correre ai ripari in fretta. Significa rischiare di apparire meno solida, meno preparata, meno governata. Con i rischi reputazionali connessi, che per una banca sono i più rilevanti in assoluto perché mettono in discussione quella fiducia dei clienti che è un patrimonio determinante e vitale.

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