Scenari
10:44, 30 nov 2020

Ocse, la pandemia spinge l'utilizzo dell'Intelligenza Artificiale e dei Big Data

La forma che prenderanno le economie e la società post pandemia dipenderà molto dai progressi che i paesi riusciranno a fare adesso per cercare di chiudere o almeno ridurre il divario digitale

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Il quartier generale dell´Ocse a Parigi - Oecd / Hervé Cortinat
Il quartier generale dell´Ocse a Parigi - Oecd / Hervé Cortinat

Il Sole 24 Ore - Radiocor

Il divario digitale va rimosso al più presto per non correre il rischio che nell'economia post  Covid-19 persone e aziende all'interno di uno stesso paese si ritrovino in condizioni peggiori di quelle ante pandemia.  Lo scrive l'Ocse nel Digital Economy Outlook 2020 appena pubblicato.

Le misure per contenere la pandemia hanno amplificato tutti gli aspetti della trasformazione digitale nei vari paesi dell'area Ocse (37 paesi membri) ad iniziare dalla domanda di connettività.  Da un lato ci sono alcuni fornitori di servizi Internet che hanno segnalato un aumento del traffico del 60% dall'inizio della pandemia, con le persone che si sono adattate a vivere e lavorare online, ma dall'altro, emerge dal rapporto, sono ancora molti i divari tra e all'interno dei singoli paesi nell'accesso a internet veloce e affidabile. Ad esempio, la quota di fibra negli abbonamenti a banda larga fissa nei paesi Ocse varia dall'82% della Corea e dal 79% del Giappone a meno del 5% in Austria, Belgio, Germania e Regno Unito, con connessioni ad alta velocità che risulta spesso scarsa nelle zone rurali. I paesi dell'area, in ogni caso, contano all'incirca il doppio del livello di abbonamenti a internet mobile ad alta velocità per abitante rispetto ai paesi non Ocse.

Gli effetti di lungo termine della pandemia sulla trasformazione digitale stanno iniziando a manifestarsi ora e siamo senza dubbio al punto di svolta: la forma che prenderanno le economie e la società post pandemia dipenderà molto dai progressi che i paesi riusciranno a fare adesso per cercare di chiudere o almeno ridurre il divario digitale. 

Una delle conseguenze  della pandemia, osserva l'Ocse, è stata la rapidità con la quale i governi ma anche le imprese e il mondo accademico sono stati capaci di cogliere il potenziale dell'intelligenza artificiale per contribuire alla risposta alla crisi, ma è emersa anche la necessità di una strategia tempestiva e sicura, e di un accesso affidabile ai dati, sia a livello nazionale che transnazionale. In conseguenza della pandemia, sottolinea il rapporto, la condivisione e la collaborazione globale dei dati ha raggiunto livelli senza precedenti.

"Le tecnologie digitali hanno aiutato le nostre economie e le nostre società ad evitare un arresto completo durante la crisi di Covid-19, e ci hanno permesso di saperne di più sul virus, di accelerare la ricerca di un vaccino e di seguire lo sviluppo della pandemia" ha commentato Ulrik Vestergaard Knudsen, Vice Segretario Generale dell'Ocse presentando il rapporto che scatta anche una fotografia della trasformazione digitale in atto.

Cresce, e non è una sorpresa, il numero di persone che naviga in internet: nel 2019 gli adulti che hanno utilizzato il web sono una percentuale che oscilla tra il 70% e il 90%  con un ruolo dominante dell'accesso attraverso gli smartphone. Aumenta anche il tempo che si trascorre online.  L'Ocse rileva anche il crescente utilizzo tra i più giovani con l'età del primo accesso a Internet in costante diminuzione: nel 2018 si è riscontrato che il 24% dei quindicenni dell'area ha avuto accesso a internet per la prima volta all'età di 6 anni o meno, la quota era del 15% nel 2012. Permangono tuttavia differenze nell'utilizzo per fascia di età o livello d'istruzione. Ad esempio il 58% degli individui di età compresa tra i 55 e i 74 anni ha utilizzato internet frequentemente nel 2019 (30% nel 2010), ma la percentuale è al di sotto di quella degli utenti giornalieri nella fascia 16-24 anni  (quasi il 95%). Nel 2018, poi, solo il 40% degli adulti con un basso o nessun livello di istruzione formale ha utilizzato internet per interagire con le autorità pubbliche, rispetto all'80% di coloro che hanno un'istruzione terziaria. Persiste poi il divario anche tra grandi e piccole imprese: nel 2019 il commercio elettronico rappresentava il 24% del fatturato delle grandi imprese, ma solo il 10% di quello delle pmi.

Il rapporto nota inoltre come l'utilizzo dei dati sia diventato parte integrante dei modelli di business nei vari paesi Ocse. Il 12% delle imprese in media (dato del 2017) ha utilizzato l'analisi dei Big Data, percentuale che sale fino al 33% tra le grandi imprese. I social media sono stati la fonte principale, con i loro dati utilizzati dalla metà delle aziende che hanno effettuato Big Data analitycs nel 2017. Altra evidenza che emerge dal lavoro dell'Ocse è che tutti i paesi dell'area hanno messo a punto strategie volte a migliorare l'accesso e la condivisione dei dati del settore pubblico.  Cresce anche l'interesse per le tecnologie dell'IA, dell'Internet of Things, della blockchain e del quantum computing.