È tempo di una nuova resilienza climatica per persone e imprese

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L’estate 2026 ha mostrato tutte le sue fragilità sul fronte climatico e la necessità di intraprendere un percorso verso forme di adattamento con azioni concrete, misurabili, tempestive, strategiche. Le sfide per persone e imprese e le risposte del gruppo Sella nel nuovo speciale longform di settembre.

Diciamolo chiaramente. L’estate 2026 ha smesso di assomigliare a un’eccezione meteorologica, diventando la fotografia anticipata di una nuova normalità. E ora che inizia un autunno già anomalo non possiamo permetterci di non pensarci più. Ondate di calore ripetute, siccità, incendi, notti tropicali, mari surriscaldati, infrastrutture sotto stress e migliaia di morti in eccesso hanno trasformato il caldo da tema ambientale a questione economica, sanitaria e organizzativa. In Europa almeno 35mila morti in eccesso sono stati registrati durante quattro ondate di calore consecutive, e il dato è ancora parziale perché non comprende tutti i Paesi né l’intero mese di agosto. Germania, Francia e Spagna da sole superano quota 25 mila. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha inoltre segnalato in una recente analisi che ha fatto il giro del mondo inoltre che la mortalità legata al caldo nella regione europea è cresciuta di oltre il 30% negli ultimi vent’anni. La Francia è diventata uno dei laboratori più evidenti di questa trasformazione. Sempre Le Monde ha contato 52 giorni di canicola dalla metà di giugno, il valore più alto registrato dal 1947. Delle 54 ondate di calore censite nel Paese dal dopoguerra, 29 si sono verificate soltanto dal 2011. Secondo le simulazioni citate dal quotidiano francese, la violentissima ondata tra il 17 e il 30 giugno sarebbe stata circa 200 volte più probabile nell’attuale clima riscaldato rispetto a quello preindustriale. E i numeri sono ancora più drammatici con gli aggiornamenti al 2 settembre raccontati in un recentissimo dossier. Si è parlato apertamente di una Francia entrata in una «dangerous zone»: già a luglio il Paese aveva registrato tre ondate di calore, i tre giorni più caldi dall’inizio delle rilevazioni, siccità storica e incendi anticipati e diffusi.

Il punto non riguarda soltanto la temperatura ma ciò che il caldo fa alle persone. Christian Clot, presidente dello Human Adaptation Institute, ha spiegato che già intorno ai 32 gradi di picco e ai 24 gradi di media giornaliera possono emergere deterioramenti misurabili delle funzioni fisiologiche, cognitive e sociali. La memoria a breve termine peggiora, diminuisce la concentrazione, aumentano irritabilità ed errori. Un lavoro citato nell’intervista rileva a New York un incremento medio dell’1,58% degli incidenti stradali per ogni grado oltre i 26,1 gradi. Quando poi le notti restano sopra i 26 gradi, l’organismo perde la possibilità di recuperare. Clot aggiunge un dato culturalmente rilevante: l’82% degli europei si dichiara disposto a cambiare i propri orari in funzione del caldo.

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Una nuova economia

Così nasce il lockdown climatico, un concetto entrato prepotentemente in queste settimane nel nostro nuovo vocabolario. Non si tratta di una soluzione imposta per legge, ma di una restrizione progressiva della vita quotidiana causata dalle condizioni ambientali: meno attività all’aperto nelle ore centrali, città svuotate, lavoro e turismo riprogrammati, persone fragili costrette in casa, domanda crescente di spazi climatizzati. Un sondaggio YouGov condotto in sei Paesi europei – Italia compresa – racconta quanto sia già cambiata la percezione collettiva: tra il 61% e il 73% degli intervistati vorrebbe l’aria condizionata obbligatoria nelle nuove abitazioni e fino al 75% chiede regole più semplici per installarla.

Ma la risposta non può essere soltanto moltiplicare i condizionatori: isolamento, schermature, tetti riflettenti, ventilazione, alberature e raffrescamento passivo possono ridurre insieme vulnerabilità e consumi. Il Financial Times ha raccontato proprio in questi giorni l’interesse europeo per le tecnologie di raffrescamento già sperimentate nei Paesi del Golfo: percorsi raffrescati, district cooling, nebulizzazione, materiali “super-cool”, superfici riflettenti e microforeste urbane. Il rischio è però evidente: combattere il riscaldamento globale consumando quantità crescenti di energia per raffreddare l’esterno può trasformarsi in un paradosso. Per questo la sfida diventa progettare un cooling sostenibile, capace di ridurre la temperatura senza amplificare le emissioni. Anche l’economia sta cominciando a contabilizzare il caldo. Sempre il Financial Times ha evidenziato i problemi provocati nel 2026 dal basso livello del Reno, infrastruttura fondamentale per il trasporto industriale tedesco: fino all’80% della navigazione interna del Paese dipende dalle sue vie d’acqua e gli analisti stimano che shock climatici di questa natura possano sottrarre fino allo 0,3% alla crescita annuale del PIL tedesco. Incendi, siccità e temperature estreme stanno inoltre accelerando investimenti in satelliti, droni, sensoristica, prevenzione forestale e sistemi di allerta. Sempre il FT parla ormai della necessità di passare dalla risposta all’emergenza alla prevenzione strutturale. E il futuro? Parlare di un unico “punto di non ritorno” è scientificamente fuorviante. Il clima non funziona come un interruttore. Esistono piuttosto soglie, tipping points e rischi che aumentano progressivamente con ogni frazione di grado. Il 2024 è già stato il primo anno solare con una temperatura media globale circa 1,55 °C sopra i livelli preindustriali, ma questo non significa che l’obiettivo di Parigi sia stato definitivamente superato, perché quel limite riguarda il riscaldamento medio di lungo periodo. La WMO stima però una probabilità del 70% che la media del quinquennio 2025-2029 superi 1,5 gradi, e dell’86% che almeno un anno del periodo oltrepassi quella soglia. Ogni decimo di grado aggiuntivo significa più ondate di calore, piogge estreme, siccità, fusione dei ghiacci e innalzamento del mare.

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Il tempo dell’adattamento

Il cambiamento più importante riguarda quindi il passaggio dalla mitigation economy alla adaptation economy. Ridurre emissioni rimane indispensabile, ma non è più sufficiente: una parte degli effetti climatici è già incorporata nel sistema. Le imprese ne sono consapevoli, molto meno preparate. Secondo S&P Global soltanto il 35% delle aziende dispone di un piano specifico di adattamento ai rischi fisici del clima. Una ricerca Deloitte su 350 Pmi italiane è ancora più netta: appena il 34% attribuisce al rischio climatico un ruolo significativo nella gestione dei rischi, solo il 14% ha introdotto misure per la continuità operativa e appena il 10% interventi di adattamento sugli asset fisici e sulle infrastrutture. Ma c’è di più: oggi soltanto il 17% delle imprese ha già realizzato iniziative per proteggere dipendenti o asset fisici dagli impatti del rischio climatico. Eppure il business case sta emergendo. Il World Economic Forum stima che, senza un’adeguata risposta, i rischi fisici climatici possano mettere a repentaglio tra il 5% e il 25% dell’EBITDA delle aziende nei prossimi due decenni (lo ha riportato anche l’Ansa). Gli investimenti in resilienza possono invece generare ritorni stimati tra 2 e 19 dollari per ogni dollaro investito. Tra le organizzazioni che hanno già cominciato ad agire, le soluzioni più frequenti sono piani di business continuity adottati dal 49%, interventi ingegneristici sugli asset per resistere agli eventi estremi, 41%, e nuovi modelli organizzativi del lavoro adattati al clima, 33%.

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1.200 miliardi $

Le perdite annuali potenziali per le grandi imprese globali entro il 2050 senza adeguate strategie di adeguamento.

80 %

La percentuale di aziende che dichiara che eventi climatici estremi hanno già causato interruzioni operative o maggiori costi negli ultimi 5 anni.

+22 bps

L'aumento medio del costo del capitale per le imprese più esposte ai rischi climatici fisici.

Attivismo climatico

Adattarsi al clima non può più essere una funzione accessoria dell’ESG. Deve entrare nel modo in cui un’organizzazione decide, investe, progetta gli spazi, protegge le persone e dialoga con la politica. La distanza tra consapevolezza e azione resta però enorme. Secondo S&P Global, soltanto il 35% delle aziende analizzate dispone di un piano di adattamento ai rischi climatici fisici. Utilities e real estate, cioè i settori più dipendenti da infrastrutture materiali, sono più avanti, rispettivamente al 58% e al 50%; finanza e information technology si fermano intorno al 30%, communication services al 28%, healthcare al 25%. S&P stima che, senza adattamento, i rischi fisici legati al clima potrebbero costare alle grandi imprese 1.200 miliardi di dollari l’anno entro gli anni Cinquanta e generare costi cumulativi nell’ordine dei 25 mila miliardi entro il 2050.
Il dato più inquietante non riguarda però soltanto quanti possiedono un piano, ma quanto questi piani incidano davvero sulle decisioni. Una ricerca pubblicata nel 2026 dal Center for Climate and Energy Solutions, basata sui dati più recenti di S&P Global, mostra che circa l’85% dei piani europei analizzati utilizza scenari climatici, ma appena il 15% riesce a tradurre quelle informazioni in pianificazione strategica e implementazione concreta. Una precedente analisi S&P aveva rilevato inoltre che solo il 24% delle imprese studiate spiegava come i risultati delle analisi dei rischi climatici entrassero nei propri piani finanziari. È il passaggio che manca: dal climate report al budget, dalla rendicontazione al capex, dalla dichiarazione d’intenti alla trasformazione dell’organizzazione. Sempre Le Monde nel luglio 2026 ha raccontato aziende francesi che hanno anticipato l’orario di ingresso alle sei del mattino, interrotto attività entro mezzogiorno, aumentato le pause, riprogettato ventilazione e spazi di lavoro. In Francia un decreto in vigore dal luglio 2025 impone agli imprenditori di considerare gli episodi di caldo intenso nella valutazione dei rischi professionali. Ma Jennifer Shettle dell’INRS – l'Istituto nazionale francese per la ricerca e la sicurezza spesso interpellato anche dai media in merito alle normative che regolano la canicola, ossia le ondate di forte calore e la tutela dei lavoratori – avverte che troppe organizzazioni intervengono ancora all’ultimo momento: la preparazione invece dovrebbe iniziare già durante l’inverno. È una rivoluzione organizzativa prima ancora che tecnologica. Significa mettere in discussione turni, orari, sedi, trasferte, logistica, cantieri, dress code, smart working, welfare e perfino il calendario produttivo. Sempre Le Monde ha svelato come durante queste ondate di calore alcuni uffici climatizzati siano diventati paradossalmente dei “rifugi climatici”, invertendo la logica dello smart working: persone che tornano in sede perché la casa è troppo calda. Altrove accade il contrario e il telelavoro diventa lo strumento per evitare spostamenti nelle ore più pericolose. La conclusione della testata francese è però netta: sono ancora pochissime le imprese che hanno davvero incorporato la variabile climatica nel proprio modello operativo. Il che non implica trasformare ogni impresa in movimento ambientalista quanto riconoscere che ogni organizzazione debba possedere leve che vanno molto oltre la propria carbon footprint. Può decidere quali edifici finanziare, quali fornitori selezionare, quali tecnologie acquistare, quali standard chiedere alla filiera, come proteggere i lavoratori, quali comportamenti rendere economicamente convenienti per clienti e dipendenti. Soprattutto può smettere di considerare il clima come una funzione confinata al sustainability manager. Il rischio climatico riguarda CEO, CFO, HR, operations, real estate, procurement, risk management e board.

 

La nuova sfida manageriale

La stessa distinzione tra mitigazione e adattamento deve diventare patrimonio del management. Ridurre le emissioni resta indispensabile; prepararsi agli effetti ormai inevitabili del riscaldamento lo è altrettanto. Come ha scritto Stéphane Foucart, questa estate mostra che senza forti misure di mitigazione l’adattamento stesso può diventare impossibile. Non esiste quindi la scelta tra “ridurre il cambiamento climatico” e “imparare a conviverci”: bisogna fare entrambe le cose contemporaneamente. Ed è qui che entra la politica. L’adattamento non può essere interamente scaricato sulle decisioni individuali di famiglie e imprese. Sophie Dubuisson-Quellier, direttrice del Centre de sociologie des organisations di Sciences Po, ha spiegato che il problema non può essere affrontato come se derivasse semplicemente dalle scelte dei singoli: occorre ripensare collettivamente «la maniera in cui produciamo, insegniamo e curiamo» dentro un clima diverso. L’adattamento rimane ancora marginale nei programmi politici, mentre le risorse economiche dedicate non crescono al ritmo del rischio. In Francia, per esempio, il Fonds vert è passato dai 2,4 miliardi di euro del 2024 a 837 milioni nel 2026, una quota della quale è stata inoltre congelata. Il paradosso è che l’adattamento potrebbe essere politicamente più semplice della mitigazione. Daniel Boy, direttore di ricerca emerito a Sciences Po, osserva che chiedere sacrifici oggi per rallentare un fenomeno globale produce benefici difficili da percepire immediatamente; adattare scuole, ospedali, abitazioni e luoghi di lavoro genera invece un vantaggio visibile e locale. È un cambio fondamentale nella comunicazione politica: dal sacrificio al care, dalla rinuncia alla protezione. Ma servono regole. In Spagna sono stati introdotti strumenti come il cosiddetto congedo climatico, mentre l’Italia consente in determinate condizioni l’accesso alla cassa integrazione per il caldo eccezionale. In Francia sindacati e imprese discutono di accordi specifici. Marylise Léon, segretaria generale della CFDT, chiede un vero “bouclier social climatique”, uno scudo sociale climatico, con piani negoziati nelle aziende e un ruolo dello Stato nel rendere obbligatoria la discussione. Il punto centrale è che, oltre determinate temperature, alcune attività non dovrebbero semplicemente proseguire come se nulla fosse. Anche il Regno Unito mostra quanto sia forte il ritardo istituzionale. In un intervento sul Guardian, Amy McDonnell di Zero Hour ha sottolineato che soltanto 20 persone su circa 6.600 dipendenti del Department for Environment, Food and Rural Affairs sarebbero impegnate specificamente sull’adattamento climatico, chiedendo una figura governativa dedicata alla resilienza capace di coordinare i diversi ministeri. È un dato simbolico: mentre il rischio diventa sistemico, la risposta resta spesso amministrativamente periferica. Lo stesso vale per le città. Gwenaëlle d’Aboville e Gonéri Le Cozannet hanno ricordato che le soluzioni individuate dalla ricerca «non sono miracolose, ma funzionano»: alberature, strade restituite a pedoni e biciclette, scuole e biblioteche utilizzate come rifugi climatici, corsi d’acqua recuperati alla balneazione, edifici progettati per il raffrescamento passivo. Il problema è la scala: gli esempi positivi esistono, ma restano troppo isolati rispetto alla velocità con cui il clima sta cambiando.

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Dove ci si blocca.
Quasi tutte le imprese sanno descrivere i propri pericoli; pochissime li esprimono in termini finanziari: fermo operativo, ricavi persi, impatto ponderato per la probabilità.

Dove ci si blocca. 
Il rischio fisico non ha un proprietario naturale: chi lo valuta, chi lo gestisce e chi lo finanzia raramente condividono linguaggio e linea di riporto.

Dove ci si blocca
La gamma di interventi è più ampia di quanto si creda, ma senza un metodo coerente per valutarli l'investimento va su ciò che è più facile da giustificare, non su ciò che è più materiale.

Dove ci si blocca
Le risorse arrivano quasi sempre dopo un evento, mentre i mercati dei capitali prezzano sempre di più il costo dell'inazione.

Dove ci si blocca
La rendicontazione matura più in fretta della pratica gestionale che dovrebbe sostenerla.

Dove ci si blocca
Poche imprese hanno sviluppato i muscoli organizzativi e le relazioni esterne per una resilienza che tenga conto di queste dipendenze.

Giustizia climatica

L’altro tema inevitabile è quello della giustizia climatica. Non tutti possono adattarsi allo stesso modo. Chi possiede una casa efficiente può installare un impianto di raffrescamento, chi vive all’ultimo piano di un edificio energeticamente povero molto meno. Una grande impresa può anticipare i turni e investire nella climatizzazione; un lavoratore autonomo o precario ha margini inferiori. Su Le Monde, diversi studiosi hanno quindi sollevato il problema di chi debba sostenere i costi dell’adattamento, fino alla proposta di un fondo finanziato dai grandi emettitori storici.
Anche la finanza diventa allora un soggetto politico in senso largo. Non perché debba sostituirsi allo Stato, ma perché può accelerare o rallentare enormemente la trasformazione. Finanziare ristrutturazioni energetiche, fotovoltaico, pompe di calore, nuovi serramenti, immobili efficienti e infrastrutture resilienti significa ridurre il costo d’ingresso dell’adattamento. È qui che soluzioni come quelle sviluppate da Sella assumono una lettura ulteriore: non soltanto prodotti ESG, ma strumenti che possono rendere concretamente accessibili interventi di resilienza a famiglie e imprese. La nuova responsabilità delle organizzazioni può allora essere sintetizzata così: non limitarsi a sopravvivere alla prossima ondata di caldo, ma contribuire a rendere la società capace di affrontarla. Significa proteggere i propri lavoratori, trasformare gli asset, misurare il rischio fisico, finanziare l’adattamento, coinvolgere fornitori e clienti, dialogare con istituzioni e territori e chiedere politiche pubbliche coerenti. In questo senso la resilienza climatica non è difensiva. È una nuova forma di leadership. Perché il rischio più grande è trasformare l’adattamento in una gigantesca privatizzazione della sopravvivenza: chi può permettersi una casa fresca, un ufficio efficiente e una città verde si protegge; tutti gli altri restano esposti. Il compito congiunto di imprese e politica è impedire che accada. La prossima frontiera dell’attivismo aziendale potrebbe essere non dichiarare soltanto da che parte si sta ma usare capitale, tecnologia, organizzazione e influenza per rendere materialmente vivibile il clima che arriva. Una sfida titanica, ma necessaria. Che parte dalla responsabilità delle persone e delle aziende, che poi come ricordiamo spesso su questo hub editoriale, sono fatte di persone.

Le proposte in Sella

È dentro questo scenario che cambia anche il ruolo della finanza e con esso quello del gruppo Sella. Perché disponiamo già di una filiera di strumenti che può essere letta non soltanto in chiave di sostenibilità, ma anche come infrastruttura per la resilienza. Un impegno che si sviluppa lungo due direttrici complementari: da un lato intervenire sui consumi, sugli edifici e sugli impianti, sull’energia che utilizziamo e sulla mobilità aziendale. Dall’altro mettere a disposizione strumenti finanziari e competenze per accompagnare famiglie e imprese nella transizione. In un contesto in cui la transizione climatica richiede investimenti, informazioni e capacità di scelta, la finanza può contribuire ad abbassare le barriere di accesso: finanziare ristrutturazioni energetiche, impianti fotovoltaici, pompe di calore, nuovi serramenti o immobili più efficienti significa aiutare famiglie e imprese a intervenire sui propri consumi e sulla propria capacità di adattamento. Green BEES è il simulatore di Banca Sella che permette di capire quali interventi potrebbero migliorare le prestazioni energetiche dell'abitazione. Quindi si parte dall'immobile, se ne valuta l'efficienza e si individuano possibili interventi di riqualificazione. C’è poi il prestito green: serramenti, climatizzazione efficiente, fotovoltaico che finanzia fino a 75.000 euro e fino a 120 mesi interventi come nuovi serramenti energeticamente efficienti, impianti di riscaldamento, ventilazione e condizionamento ad alta efficienza, sistemi di misurazione e regolazione delle prestazioni energetiche e tecnologie rinnovabili come il fotovoltaico. E ancora, tra le varie opzioni in campo c’è il mutuo acquisto + ristrutturazione con riqualificazione energetica. Banca Sella offre anche un mutuo che integra in un'unica operazione acquisto dell'immobile e lavori di efficientamento energetico, citando esplicitamente nuovi serramenti e fotovoltaico. Invece il finanziamento Energia Pulita è il prodotto forse più strutturale. Come dice già il nome, finanzia fino al 100% delle spese necessarie alla realizzazione di impianti alimentati da fonti rinnovabili: fotovoltaico, eolico, biomasse e idroelettrico, con durata fino a 15 anni. Con estati caratterizzate da crescente domanda elettrica per il raffrescamento, il fotovoltaico si rafforza quando l'irraggiamento solare è elevato. Sella Leasing si è focalizzata anche sugli impianti per energie rinnovabili, disponendo di strumenti di locazione finanziaria e operativa per impianti destinati alla produzione di energia da fonti rinnovabili. Sul fronte Sella SGR c’è il fondo CLIMA e quello sugli Investimenti Sostenibili. Per guardare anche al futuro con soluzioni innovative che implicano approccio strategico e tecnologia evoluta. E in casa Sella con Banca Patrimoni Sella & C. emergono i prodotti sulle tematiche sostenibili. Dalle soluzioni alle strutture. Gli edifici del Gruppo diventano anche laboratorio di efficientamento. Sono i luoghi in cui lavoriamo: a fine giugno 2026 il Gruppo dispone di 36 impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, tra fotovoltaico e idroelettrico, con una potenza installata di 10,9 MW. Il 100% dell’energia elettrica acquistata in Italia e all’estero proviene da fonti rinnovabili con garanzie d’origine e le colonnine di ricarica elettrica disponibili nelle sedi sono arrivate a 46. Ben 3 sono le sedi certificate LEED, lo standard internazionale che valuta le prestazioni degli edifici sotto il profilo energetico, ambientale e della qualità degli spazi interni. Il piano di transizione prevede conversione delle caldaie a combustibile fossile con pompe di calore elettriche, ammodernamento della distribuzione del calore, sostituzione dei gas refrigeranti degli impianti di condizionamento con gas a minore impatto ambientale, contenimento dei consumi, efficienza energetica e autoproduzione rinnovabile.  Ancora più interessante il target: circa 17 MW di potenza rinnovabile installata entro il 2026, che secondo le stime consentirebbe una produzione annua sostanzialmente equivalente ai consumi elettrici complessiviDal presente al passato. C'è anche uno storico interessante di soluzioni applicate ad alcuni immobili Sella: involucri ad alta inerzia termica, serramenti a taglio termico, vetri ad alta selettività, recupero dell'acqua piovana e di pozzo, gruppi frigoriferi efficienti, pompe di calore, recupero di calore, fotovoltaico e solare termico. E poi c’è il ruolo delle persone. La sostenibilità cresce quando diventa comprensibile e condivisa, quando entra nei comportamenti quotidiani e nel modo in cui ciascuno legge il proprio contributo. È responsabilità più diffusa. Perché il cambiamento climatico ci chiede di tenere insieme essenzialmente due movimenti: ridurre ciò che possiamo ancora ridurre e prepararci agli effetti che sono già in corso. È una sfida ambientale, ma anche economica, sociale e organizzativa. Per affrontarla servono dati, investimenti, tecnologie, competenze e scelte coerenti. Servono visione, strategia, cultura. Pensieri lunghi in questi tempi che troppo spesso risultano essere tremendamente corti.