Bussola per custodire il futuro. La leadership femminile che rigenera le imprese familiari

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Il fattore tempo per guidare in modo coerente, autentico, visionario le organizzazioni familiari. Nel nostro nuovo longform la ricerca e le ricette delle imprenditrici, nel mondo e in Italia dove emerge una leadership sempre più orientata a empatia, visione e autenticità. Perché oggi il vero vantaggio competitivo non è soltanto economico. È culturale, relazionale, umano.

 Ad Akitsu il tempo scorre lento. Di più, fermenta. Siamo sulla costa meridionale del Giappone, nella prefettura di Hiroshima. Colline morbide, aria salmastra che arriva dal Mare di Seto, piccoli porti di pescatori e una luce lattiginosa che nelle mattine d’inverno sembra sospendere tutto. Qui il sake non è semplicemente una bevanda. È un ritmo culturale. Un modo di abitare il tempo. Ed è proprio qui, in questo lembo giapponese lontano dalle accelerazioni di Tokyo che si trova Imada Shuzo, piccola impresa familiare fondata nel 1868. Sei persone appena. Botti di fermentazione. Mani che si muovono lentamente. E una donna che ha trasformato questo minuscolo birrificio in un simbolo mondiale del nuovo artigianato giapponese. La protagonista è Miho Imada. La sua storia è stata raccontata dal Guardian come uno dei casi più emblematici di leadership femminile contemporanea capace di tenere insieme eredità, territorio e innovazione. Lei è una delle trenta donne tra i 1.200 maestri produttori di sakè del Giappone. È anche nella lista BBC 100 Women che presenta donne influenti e fonte di ispirazione in tutto il mondo, come unica donna giapponese: Miho Imada è proprietaria del birrificio di sakè, e ne è orgogliosa.


La sua storia parte da un’idea profondamente giapponese: le cose importanti richiedono tempo. Tempo per fermentare. Tempo per maturare. Tempo per trovare equilibrio. In fondo il sakè è questo: un esercizio di pazienza. Nulla può essere accelerato davvero. Il riso deve essere lavorato lentamente. I lieviti devono respirare. La fermentazione deve seguire ritmi quasi organici. Forzare il tempo significherebbe perdere profondità. Ed è forse per questo che la storia di Miho Imada assomiglia molto a quella di certe imprese familiari: organizzazioni che non nascono per inseguire il trimestre finanziario, ma per attraversare le generazioni. Quando prende in mano l’azienda di famiglia, il mondo del sakè giapponese è ancora quasi interamente maschile. Per secoli alle donne era stato persino impedito l’accesso ad alcuni spazi produttivi. La figura del “toji”, il maestro artigiano del sakè, coincideva tradizionalmente con un uomo. Lei entra invece in quell’universo silenziosamente. Senza proclamare rivoluzioni, senza rompere con la tradizione ma trasformandola dall’interno. È questo il passaggio straordinario della sua leadership.
Miho Imada non industrializza la piccola azienda di famiglia per inseguire la produzione di massa. Fa esattamente il contrario. Recupera varietà locali quasi scomparse come il riso Hattanso utilizzato a Hiroshima oltre un secolo fa e poi abbandonato perché troppo difficile da coltivare. Lavora sui lieviti autoctoni. Difende la biodiversità del territorio. Rallenta. Mentre il mondo accelera, lei sceglie la profondità. Il magazine gastronomico americano Bon Appétit ha scritto: “Miho Imada is quietly brewing some of the best sake in the world”. In quella parola quietly c’è probabilmente tutta la filosofia della sua leadership. Una leadership non urlata. Non costruita sull’iper-visibilità contemporanea. Ma fondata sulla sedimentazione del valore. sta semplicemente vendendo bottiglie. Miho Imada sta proteggendo una cultura materiale fatta di gesti, territorio, memoria e lentezza. E qui la sua storia diventa paradigmatica per il capitalismo contemporaneo. Perché dentro questa piccola impresa familiare giapponese si intravede una risposta implicita all’ossessione contemporanea per la velocità. Imada sembra suggerire che alcune progettualità, proprio come il sakè, abbiano bisogno di fermentare lentamente per acquisire profondità. Non tutto può essere scalato immediatamente, non tutto deve essere accelerato. Ci sono idee che richiedono stagioni intere per maturare. Relazioni che necessitano tempo. Visioni che si consolidano lentamente. La stessa Miho Imada, in una delle interviste più citate, afferma che le piace rispettare i gusti affinati nel tempo. È una frase che sembra parlare non solo del sakè, ma delle imprese familiari stesse. Del loro modo di costruire fiducia, reputazione e continuità. Ed è interessante notare come la sua leadership emerga proprio attraverso un equilibrio rarissimo: custodire senza irrigidirsi. Innovare senza cancellare le radici. Sempre la BBC racconta che i suoi sakè sono diventati celebri nel mondo per eleganza e delicatezza, caratteristiche molto lontane dall’immaginario industriale e standardizzato del beverage globale. Eppure proprio questa autenticità ha reso Imada Shuzo un riferimento internazionale. Il paradosso è magnifico: una delle storie più contemporanee del Giappone nasce da una piccola impresa ottocentesca rimasta profondamente artigianale. Ed è qui che il ruolo della leadership femminile assume un significato ancora più forte. Miho Imada non interpreta il comando come imposizione gerarchica. La sua leadership assomiglia piuttosto a una forma di cura del processo. Ascolta i tempi della materia, ascolta il territorio, ascolta la memoria dell’impresa familiare e allo stesso tempo introduce visione. Perché la visione, in fondo, non è soltanto anticipare il futuro. È capire cosa merita di essere portato nel futuro. In un’epoca che celebra continuamente la disruption, questa piccola azienda dell’hinterland di Hiroshima racconta un’altra idea di innovazione: quella che rigenera senza spezzare. È la lezione più potente che arriva oggi da molte imprese familiari guidate da donne nel mondo: il futuro non si costruisce necessariamente facendo tutto più in fretta. A volte si costruisce imparando a dare il giusto tempo alle cose.

La scienziata che anticipa il futuro
Bussole che orientano la navigazione, bussole che pianificano il viaggio e quindi in qualche modo anticipano il tempo. Perché ci sono anche imprese familiari, guidate da donne, che quel tempo lo riescono a cogliere nel suo valore di comprensione delle evoluzioni e anticipazione dei cambiamenti, anche tecnologici. Dal Giappone all'India. Sempre seguendo quell’itinerario delle imprese familiari che custodiscono il tempo. Comprendono prima degli altri dove sta andando il mondo. Intuiscono le trasformazioni quando sembrano ancora lontane. Riescono a leggere i cambiamenti tecnologici non come minacce, ma come occasioni per costruire futuro. È ciò che accade a Bangalore, nel sud dell’India, terra dalle forti contraddizioni ma anche da una crescita senza precedenti, dove anche il gruppo Sella ha deciso di fare impresa e fare ricerca. Bangalore oggi è diventata la Silicon Valley asiatica, ma che negli anni Settanta era ancora lontanissima dall’immaginario globale dell’innovazione contemporanea. Qui traffico e tecnologia convivono in modo quasi caotico: campus hi-tech accanto a mercati tradizionali, centri di ricerca e motorini, data center e profumo di spezie. Ed è proprio qui che una donna immagina qualcosa che all’epoca sembra quasi impossibile. Lei si chiama Kiran Mazumdar-Shaw ed è la fondatrice di Biocon, oggi uno dei principali gruppi biotech asiatici. Ma la sua storia non è soltanto quella di una grande imprenditrice in un’azienda di famiglia. È il racconto di una leadership femminile capace di comprendere il senso del tempo storico e di anticiparne le traiettorie.

All’inizio nessuno voleva finanziarla. Troppo giovane. Troppo donna. Troppo visionaria. E soprattutto troppo impegnata in un settore praticamente inesistente nell’India industriale della fine degli anni Settanta: le biotecnologie. Per lei tutto comincia in un garage di Bangalore, come una di quelle storie hi-tech a stelle e strisce che abbiamo imparato a conoscere come iconografia delle startup americane. Pochi mezzi, due collaboratori e una convinzione radicale: la scienza sarebbe diventata una delle grandi infrastrutture del futuro. La sua traiettoria è stata raccontata dal Financial Times come uno dei casi più emblematici di leadership imprenditoriale contemporanea. La parte più interessante, però, è che questa intuizione sul futuro nasce da una cultura profondamente familiare e manifatturiera. Il padre lavorava nel settore brassicolo industriale indiano. Da lui eredita il rigore produttivo, la disciplina industriale e soprattutto una certa idea del tempo imprenditoriale: le cose solide non si improvvisano. Si costruiscono lentamente. Eppure Kiran Mazumdar-Shaw comprende anche un’altra cosa: il mondo sta entrando nell’era della conoscenza scientifica, della biotecnologia, dell’healthcare avanzato. Riesce a leggere in anticipo un cambiamento epocale. Ecco la sua idea di leadership. Kiran Mazumdar-Shaw pensa in grande, ma con i piedi per terra. Non costruisce semplicemente un’azienda ma un ecosistema. Investe nella ricerca. Nella formazione scientifica. Nell’accessibilità delle cure. Nella democratizzazione della salute. Mentre gran parte del capitalismo contemporaneo rincorre la velocità finanziaria, lei lavora sulla profondità tecnologica. Biocon oggi è descritta come una delle aziende che hanno contribuito a trasformare l’India in un hub globale delle bioscienze. Forbes la definisce “India’s biotech queen”, sottolineando la capacità di costruire un’impresa ad altissimo contenuto innovativo mantenendo una forte attenzione all’impatto sociale. Ma la frase che forse racconta meglio il suo approccio è questa: “Profit alone is not the purpose of business”. Ossia il profitto non basta a spiegare il senso dell’impresa. Ed è un passaggio centrale. Perché qui emerge una differenza profonda rispetto a molta narrativa contemporanea sull’innovazione. Kiran Mazumdar-Shaw non interpreta la tecnologia come semplice accelerazione ma come responsabilità. Persino il modo in cui affronta il rischio racconta questa visione lunga: “Entrepreneurship is about being able to face failure, manage failure and succeed after failing”. Non c’è retorica eroica quanto piuttosto la consapevolezza che innovare significhi attraversare l’incertezza. E forse è proprio questo il punto che collega la sua storia a quella delle migliori imprese familiari contemporanee: la capacità di abitare il cambiamento senza perdere identità. Perché le aziende che durano davvero non sono necessariamente quelle che inseguono ogni moda tecnologica ma quelle che riescono a comprendere il senso profondo delle trasformazioni. Biocon nasce in un garage, ma oggi lavora su biosimilari, ricerca avanzata e accesso globale alle cure. Eppure dentro questa traiettoria resta una logica quasi familiare: investire nel lungo periodo, costruire fiducia, sedimentare competenze. Dal Giappone all’India, dalle botti di sakè ai laboratori biotech, queste storie raccontano la stessa cosa: le leadership femminili nelle imprese familiari contemporanee sembrano avere una capacità particolare di leggere il tempo storico. Capire cosa merita di essere custodito. Ma anche intuire cosa sta per cambiare. E soprattutto comprendere che innovazione non significa soltanto accelerare ma dare forma al futuro senza perdere profondità.

La sarta che salva famiglia (e un quartiere) 
Kabul, fine anni Novanta. I talebani prendono il potere. Le donne vengono escluse dalla vita pubblica, dal lavoro, dall’istruzione. Kamila Sidiqi ha diciannove anni. Aveva appena ottenuto il diploma da insegnante quando tutto si ferma. O meglio: sembra fermarsi. Il padre è morto. La famiglia resta senza reddito. E allora succede qualcosa che racconta benissimo il senso profondo dell’impresa familiare: l’azienda non nasce da un business plan, ma dalla necessità di tenere insieme le persone. Kamila comincia a cucire vestiti in casa con le sorelle. Trasforma una stanza domestica in un laboratorio clandestino. Poi in una piccola scuola di sartoria. Poi in una rete di lavoro femminile invisibile ma reale. Nel tempo arrivano a coinvolgere oltre cento donne del quartiere, senza attirare l’attenzione del regime. È una microimpresa familiare. Ma dentro c’è già tutto: la continuità generazionale, la leadership della cura, la redistribuzione del valore, il lavoro come emancipazione, il radicamento nella comunità. Ed è impressionante quanto questa storia dialoghi con quel modello “EVA” che scopriremo tra poche righe: empatia, visione, autenticità. 

Perché Kamila guida ascoltando, tiene insieme le persone e immagina futuro anche nel momento più buio. Dopo la caduta del regime talebano, quella piccola attività domestica diventa qualcosa di più grande: nasce Kaweyan Business Development Services, organizzazione dedicata a formazione imprenditoriale e leadership femminile nelle aree rurali del Paese. La cosa interessante è che questa non è la storia della founder eroina solitaria tipica della retorica ormai superata delle startup. È invece una storia collettiva, familiare, comunitaria. Una leadership che cresce non rompendo i legami, ma rafforzando le relazioni. Lo abbiamo scritto altre volte in questi longform: è un certo modo di pensare plurale. D’altronde oggi molte delle imprese familiari più resilienti nel mondo sembrano funzionare proprio così: meno verticalità e più connessione. Meno culto dell’uomo solo al comando e più capacità di creare fiducia diffusa. La letteratura internazionale lo conferma. Secondo Deloitte le donne nel family business stanno ridefinendo i modelli di governance con approcci più inclusivi e orientati al lungo periodo. E la piattaforma globale Women in Family Business racconta sempre più casi nei quali le leader femminili diventano figure di “raccordo” tra tradizione e trasformazione. La storia di Kamila però ha qualcosa in più. Perché dimostra che un’impresa familiare può nascere persino nell’assenza totale di infrastrutture. Quando manca tutto, resta la relazione umana. Le imprese familiari guidate da donne non custodiscono soltanto un business ma la possibilità stessa del futuro. Mentre fuori Kabul si spegneva sotto il regime talebano, dentro quelle pareti si cucivano vestiti, salari, dignità e possibilità. Non era ancora un’impresa globale, non c’erano venture capital né storytelling da startup nation. C’era però qualcosa di più profondo: una leadership capace di tenere assieme le persone quando tutto intorno si stava sgretolando. Forse è da qui che bisogna partire oggi per capire il ruolo delle donne nelle imprese familiari contemporanee. E lo faremo tra poco.

La rotta plurale della bussola
Giappone, India, Afghanistan. E ora anche Italia. In giro per il mondo – e per l’Italia – c’è un’immagine che ritorna nelle grandi storie imprenditoriali familiari. Lo abbiamo già anticipato: non è quella dell’eroe solitario né del manager che impone la rotta dall’alto. È piuttosto quella di qualcuno che tiene insieme. Ossia tiene insieme generazioni, linguaggi, persone, memoria e trasformazione. Custodisce ciò che conta e contemporaneamente apre strade nuove. È una certa idea di leadership meno rumorosa ma spesso più profonda e soprattutto adattiva. Perché sa cogliere il valore del tempo. È una certa idea di leadership meno ossessionata dalla discontinuità e più orientata alla continuità evolutiva. È forse per questo che, osservando oggi il capitalismo familiare italiano, emerge con forza una figura sempre più decisiva: quella della leadership femminile nelle imprese familiari. Una leadership che non coincide con una semplice questione di rappresentanza, ma che racconta un modo differente di abitare il potere, guidare il cambiamento e costruire il futuro. La nuova fotografia – sotto certi aspetti persino paradossale rispetto al punto di vista che propone – arriva dalla ricerca “La leadership femminile nelle imprese familiari italiane”, realizzata dal Family Business Lab (FABULA) della LIUC – Università Cattaneo con Banca Sella e il patrocinio di AIDAF. Ed è una bussola plurale. Uno studio che intreccia dati quantitativi e analisi qualitative e che restituisce una mappa precisa di ciò che sta cambiando dentro il family business italiano. I numeri raccontano una crescita lenta ma significativa. Secondo i dati citati nella ricerca e già online su Sella Insights la presenza femminile nei ruoli di vertice delle imprese familiari italiane ha raggiunto il 23% nel 2024, con un incremento lento ma graduale di tre punti percentuali nell’ultimo decennio. Bene ma non benissimo, potremmo sintetizzare. Non è ancora una rivoluzione compiuta, ma è il segnale evidente di una trasformazione culturale che attraversa le organizzazioni e ridefinisce l’idea stessa di leadership.

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Il vantaggio competitivo 
Ma il punto non è soltanto la presenza. È il modello culturale che queste leadership introducono. La stampa internazionale lo osserva da anni. Il World Economic Forum ha più volte evidenziato come le organizzazioni con leadership più inclusive siano maggiormente resilienti nei contesti di instabilità e ha approfondito il valore della leadership empatica come leva di performance e coesione nei momenti di trasformazione, raccontando il ritorno delle imprese familiari come modelli capaci di coniugare sostenibilità, radicamento territoriale e visione di lungo periodo. E proprio dentro questo incrocio tra continuità e innovazione si inserisce la leadership femminile. Perché le imprese familiari hanno una caratteristica unica: vivono simultaneamente nel tempo breve del mercato e nel tempo lungo delle generazioni. È questo il senso della bussola che non perde senso dell’orientamento. Non ragionano soltanto in trimestri, ma in eredità. E questo cambia profondamente la natura delle decisioni. Dalla ricerca emerge come le donne che guidano le imprese familiari non indicano come principale motivazione il reddito o la carriera veloce. Il driver più forte è invece la possibilità di continuare la tradizione familiare e trasmettere valori e spirito imprenditoriale di generazione in generazione, con un punteggio medio di 4,39 su 5. Subito dopo compare la possibilità di contribuire a orientare e influenzare il futuro dell’azienda con 4,27. È un passaggio decisivo perché racconta una leadership che nasce più dalla responsabilità che dall’ambizione individuale. Più dalla continuità che dall’ego. Più dalla costruzione di senso che dalla semplice gestione del potere. In un’epoca dominata dalla retorica della disruption permanente, queste leader sembrano riportare al centro un altro paradigma: quello della rigenerazione. 

Non distruggere per innovare, bensì innovare custodendo. Lo si vede anche nelle testimonianze delle nove Ceo intervistate nello studio qualitativo: Josè Rallo, Katia Da Ros, Lara Ponti, Costanza Musso, Alessandra Carra, Beatrice Buzzella, Amelia Cuomo, Mariateresa Silvestri e Ludovica Busnach. Percorsi differenti, settori diversi, storie molto lontane tra loro, eppure tutte accomunate da alcuni tratti ricorrenti che i ricercatori sintetizzano in quel modello “EVA” citata qualche riga sopra: empatia, visione, autenticità.

Empatia non come debolezza emotiva, ma come infrastruttura relazionale dell’impresa. Visione non come esercizio retorico, ma come capacità di costruire futuro senza perdere identità. Autenticità non come storytelling personale, ma come coerenza tra valori e comportamenti. È interessante notare come questi elementi coincidano con molte delle riflessioni più avanzate sulla leadership contemporanea. La studiosa americana Amy Edmondson ha lavorato sul concetto di psychological safety, evidenziando come i contesti organizzativi più performanti siano quelli nei quali le persone si sentono ascoltate e valorizzate. Brené Brown ha invece insistito sul valore della vulnerabilità autentica come elemento di leadership credibile. Ossia quella contemporanea che richiede sempre più capacità relazionali e adattive. Dentro le imprese familiari italiane tutto questo assume una forma ancora più intensa. Perché qui la leadership non riguarda soltanto obiettivi economici, ma relazioni stratificate, passaggi generazionali, identità territoriali, memorie condivise. La ricerca evidenzia che il maggiore impatto della leadership femminile si registra soprattutto nella dimensione sociale: miglioramento del clima interno e creazione di ambienti lavorativi più coesi (4,19), rafforzamento della reputazione e dell’immagine etica dell’azienda (4,15), sviluppo di piani di welfare aziendale (4,06).

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3,84 / 5,00
Competitività

Il valore concreto che dimostra quanto la leadership femminile renda le aziende più solide e resilienti sui mercati.

4,39 / 5,00
Continuità

Il motore valoriale, ovvero la volontà di custodire l'eredità familiare e proiettarla trans generazionalmente verso il futuro.

4,19 / 5,00
Impatto Sociale

Il picco della gestione quotidiana, che si esprime nel miglioramento delle condizioni di lavoro e nella coesione del team (Modello EVA).

Il capitale relazionale
È qui che emerge forse il vero tema del capitalismo contemporaneo: il valore non è più soltanto finanziario. È relazionale. Reputazionale. Culturale. Le aziende non competono solo sui prodotti. Competono sulla fiducia. Ed è significativo che proprio le imprese familiari guidate da donne sembrino mostrare una particolare sensibilità su questi aspetti. Non per una presunta “natura femminile”, ma perché il loro modello di leadership tende a privilegiare processi di ascolto, inclusione e costruzione di senso condiviso. Non a caso uno degli aspetti più forti della ricerca riguarda il tema della sostenibilità. Le leader intervistate evidenziano un contributo importante nella definizione di policy ambientali, nel miglioramento della governance e nella costruzione di pratiche etiche più solide. È un dato che dialoga con molte ricerche internazionali. È stato sottolineato più volte la correlazione tra diversità nei board e migliori performance ESG. La società di consulenza McKinsey & Company nel report Diversity Wins di qualche anno fa passato alla storia ha evidenziato come le organizzazioni con leadership più diversificate mostrino maggiore capacità di innovazione e resilienza. Ma dentro il family business c’è un elemento ulteriore. Qui la sostenibilità non è solo compliance. È continuità generazionale. È lasciare un’impresa migliore rispetto a quella ricevuta. Ecco perché la leadership femminile sembra intercettare perfettamente questo tempo storico. Un tempo nel quale le organizzazioni devono imparare a convivere con l’incertezza permanente. Dove la forza non coincide più con il controllo assoluto, ma con la capacità di adattarsi senza perdere direzione.

Un passo dopo l’altro
Come la bussola che indica il sentiero corretto, la chiave vincente resta la visione, dettata plasticamente dalla lucidità. Leggere il proprio tempo con le giuste lenti, in un momento che altera ciò che si osserva. Ecco allora che nella ricerca emerge anche un altro elemento interessante: la prevalenza dell’innovazione incrementale rispetto a quella radicale. Non l’ossessione di rompere tutto, ma la capacità di migliorare continuamente processi, relazioni, organizzazioni. È una forma di innovazione meno spettacolare ma spesso più duratura. Ancora una volta torna la centralità del tempo come valore, come cura, come relazione. Un passo dopo l’altro, oltre la mera scalabilità che certa intelligenza artificiale ci ha abituato. Del resto molte delle grandi imprese familiari italiane hanno costruito la propria forza proprio così: sedimentando competenze, evolvendo lentamente, attraversando crisi storiche senza perdere identità. Dalla manifattura alla meccanica, dall’agroalimentare al design, il capitalismo familiare italiano ha storicamente rappresentato una straordinaria palestra di adattamento. Oggi la leadership femminile sembra aggiungere a questo modello una nuova grammatica: più inclusiva, più dialogica, più orientata alla cura delle relazioni. E forse non è un caso che tutto questo emerga proprio in una fase storica segnata da profonde fragilità sociali e culturali. Per anni il management ha celebrato il mito dell’iper-performance individuale, della velocità estrema, dell’ego competitivo. Oggi invece il mondo del lavoro sembra chiedere altro: ascolto, senso, equilibrio, autenticità. Lo raccontano le nuove generazioni, le grandi dimissioni, la crescente attenzione verso wellbeing, welfare e salute mentale. Lo raccontano persino i nuovi linguaggi del management. Dentro questo scenario, le imprese familiari guidate da donne sembrano anticipare un possibile equilibrio nuovo tra performance economica e sostenibilità umana. Certo, le criticità restano. La ricerca evidenzia chiaramente come persistano barriere culturali, modelli tradizionali di governance e difficoltà di accesso ai ruoli decisionali. E gli stessi ricercatori sottolineano come molte donne che entrano nelle imprese familiari abbiano titoli di studio ed esperienze superiori rispetto ai colleghi uomini, a dimostrazione di un percorso spesso più selettivo e complesso. Ma proprio per questo la trasformazione in corso assume un valore ancora più significativo. Perché non riguarda semplicemente il numero di donne nei consigli di amministrazione. Riguarda il modo in cui cambia l’idea stessa di leadership. Il modello EVA individuato dalla ricerca non viene descritto come un paradigma esclusivamente femminile. Empatia, Visione e Autenticità non appartengono a un genere ma piuttosto a una idea contemporanea capace di affrontare complessità, incertezza e trasformazione. È il passaggio da un capitalismo centrato solo sul comando a uno fondato sulla connessione. Da una leadership verticale a una leadership relazionale. Da una cultura della competizione permanente a una cultura della responsabilità condivisa. In fondo, le imprese familiari hanno sempre avuto una missione implicita: custodire il tempo lungo. Oggi le leadership femminili sembrano ricordarci che il futuro non si costruisce soltanto accelerando. Ma anche imparando a tenere insieme. La lezione più importante arriva da queste nove storie imprenditoriali: la vera innovazione non consiste necessariamente nel rompere tutto. A volte tutto passa dal rigenerare ciò che conta.

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Costanza Musso Ceo Gredi

"Per me guidare vuol dire farsi carico. Sono una persona che nelle situazioni si fa carico degli altri. Mi faccio carico anche dei problemi degli amici. In questo mio farmi carico degli altri, di conseguenza, sono anche una persona che tende un po' a dettare la linea". 

Ludovica Busnach Ceo Timeswapp

"Ho sviluppato un'idea di leadership che si applica a tutti i contesti della vita di una donna, incluso quello professionale: una leadership basata sulla cura. Significa prendersi cura e preoccuparsi dell'altro, creando una dinamica in cui non solo si è apprezzati, ma anche seguiti".

Lara Ponti Vicepresidente Ponti

"Credo che la mia sia una leadership centrata sull'obiettivo, perché la mia leadership si fonda sul fatto che sono capace di costruire visioni per le persone che lavorano, ma anche di tradurle in attività concrete in cui dare spazio alle persone".

Alessandra Carra Ceo Feltrinelli

"Non pensare mai che fare l'amministratrice delegata ti metta in un luogo diverso dalle persone con cui lavori. Tu sei semplicemente quella che ha la responsabilità di guidare la squadra. Ma non sei mai lontano dai tuoi collaboratori".

Katia Da Ros Ceo Irinox

"C'è un po' questo senso di accudire, di prendersi cura delle persone. Lo vedo qui, ma lo vedo anche quando vado in qualche altra impresa guidata da donne. C'è più cura persino dell'ambiente fisico".

Mariateresa Silvestri Ceo Axet Facility

"Se mi vedono tesa o preoccupata, inevitabilmente si crea un clima più teso. Devo allenare la mia intelligenza emotiva perché le emozioni si trasmettono".

Amelia Cuomo Ceo Pasta Cuomo

"Ho portato me stessa nell'azienda senza cambiare chi sono: rimanere fedele alla mia personalità è stato il mio modo per non snaturarmi, anche nei contesti professionali".

Josè Rallo Donnafugata

"Mi piace lasciare molto spazio ai miei collaboratori [...]. Mi piace molto anche poter condividere con loro in parte la mia vita personale. Penso che questo modo di essere faccia parte del mio modello di leadership".

Il senso della leadership custode
Ribadiamolo. Dai nove casi aziendali analizzati emerge una pluralità di percorsi. Così sembra che dalle biografie di queste Ceo emergano segnali evidenti per la costruzione e il rafforzamento della leadership nelle imprese familiari. «Dai nove casi si comprende come la biografia conta in modo significativo: maternità, passaggi generazionali, crisi personali e scelte di vita influenzano il modo di guidare l’impresa. La leadership nelle aziende familiari non nasce solo da competenze manageriali, ma da un vissuto, da un percorso la cui consapevolezza rappresenta la base per rimanere autentiche e farsi seguire e apprezzare da tutti», affermano Valentina Lazzarotti e Salvatore Sciascia, co-direttori FABULA – LIUC. La varietà dei profili coinvolti ha consentito ai ricercatori di far emergere dinamiche interessanti e coerenti. Empatia, visione, autenticità emergono come tre dimensioni che sintetizzano meglio i tratti ricorrenti che abbiamo osservato nei diversi casi. «Pur avendo realizzato un ritratto nato dall’osservazione di grandi donne leader, questo non è un modello “femminile” in senso esclusivo: oggi le donne sembrano interpretarlo con particolare efficacia, ma è decisamente replicabile oltre il genere», precisano Lazzarotti e Sciascia. Così la visione nelle imprese familiari sembra intrecciarsi con la continuità: innovazione e tradizione come elementi non più antitetici ma compatibili tra loro in un percorso armonioso. «Nelle imprese familiari innovazione e tradizione non sono affatto in contraddizione: la tradizione rappresenta la base identitaria, l’ingrediente principale, su cui costruire il futuro. La visione delle leader studiate, infatti, unisce continuità e trasformazione, preservando valori e radici ma traducendoli in nuovi prodotti, processi e modelli di business per migliorare le performance aziendali. Ma il dato più forte riguarda la continuità valoriale: siamo davanti a una leadership custode. Questo è sicuramente uno degli elementi che emerge con maggiore forza dalla ricerca. Più che orientate a una logica di innovazione radicale, molte delle leader intervistate sembrano interpretare il proprio ruolo come custodi della continuità valoriale e identitaria dell’impresa familiare. Questo non significa assenza di
innovazione, ma piuttosto una tendenza a sviluppare processi di cambiamento coerenti con la storia, i valori
e la cultura dell’impresa», dicono Lazzarotti e Sciascia. I benefici più forti emergono sul piano sociale: su clima interno, reputazione e welfare si gioca il vero vantaggio competitivo. Aspetti come il clima interno, la reputazione e l’attenzione al benessere delle persone sono dimensioni
centrali di questo modello di leadership. In questo senso, il vantaggio competitivo non appare legato soltanto a performance economiche, ma anche alla capacità di costruire fiducia, coesione e relazioni solide nel lungo termine, sia all’interno sia all’esterno dell’impresa. Le imprese familiari, e non solo, dovrebbero creare percorsi di crescita meritocratici, favorire equilibrio vita-lavoro e valorizzare la diversità nei ruoli apicali. Ma è necessario un cambiamento culturale nell’intero sistema Paese, che speriamo si renda conto di quanto la leadership femminile possa rendere il capitalismo italiano ancor più umano, sostenibile e orientato al lungo periodo», dicono Lazzarotti e Sciascia. Oggi la dimensione identitaria, intesa come famiglia, territorio, eredità pesa nelle scelte di leadership. «Aggiungiamo che tale dimensione identitaria pesa quantomai: famiglia, territorio ed heritage orientano le scelte strategiche e motivano la leadership più degli incentivi economici e personali. Le leader intervistate vivono infatti l’impresa come una responsabilità verso comunità, persone e generazioni future, non solo come un’organizzazione da gestire nel modo più efficiente possibile», spiegano i due professori. Ma allora cosa dovrebbero fare oggi le imprese familiari per valorizzare la leadership femminile? Non hanno dubbi Lazzarotti e Sciascia. «Dovrebbero creare percorsi di crescita meritocratici, favorire equilibrio vita-lavoro e valorizzare la diversità nei ruoli apicali. Ma è necessario un cambiamento culturale nell’intero sistema Paese, che speriamo si renda conto di quanto la leadership femminile possa rendere il capitalismo italiano ancor più umano, sostenibile e orientato al lungo periodo, come una bussola funzionante». Ancora una volta per comprendere il valore delle capitane di impresa contemporanee bisogna avere molta lucidità, lavorando sulla visione di insieme e quindi sul contesto, imparando a cogliere i segnali deboli in questi tempi forti.

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